Processo a Genova per gli scontri avvenuti durante lo sciopero generale del 6 maggio 2011, presso la stazione Principe della città

Mercoledì 23 marzo 2016, sempre a Genova,  si è tenuta una delle ultime udienze del processo.

Segue la dichiarazione di sei imputati.

da informa-azione

Questo testo rispecchia unicamente il nostro pensiero e non necessariamente quello di tutti i nostri co-imputati.

Leggiamo questa dichiarazione spontanea perché qui, come altrove, preferiamo esprimere il nostro pensiero e il nostro agire nella maniera che riteniamo più appropriata senza permettere che vengano codificati attraverso un linguaggio burocratico-legale avulso dalla realtà sociale in cui viviamo, tramite domande pre-impostate, predeterminate e mirate ad una ricostruzione ideologica, faziosa e decontestualizzante degli eventi per cui siamo imputati.

Ciò che ci porta qui oggi è principalmente l’accusa di resistenza aggravata a pubblico ufficiale per il quale il P.M. ha chiesto fino a oltre 7 anni di reclusione.

Venerdi 6 maggio 2011 i sindacati confederali chiamano uno sciopero generale su scala nazionale. Anche a Genova si tiene la consueta sfilata di bandiere della CGIL, della CISL e di qualche moribondo partito della sinistra. Il corteo ufficialmente avrebbe dovuto concludersi in piazza De Ferrari dove qualche volto noto dell’arco istituzionale, dall’alto di un palco, avrebbe voluto perseverare nel suo compito di imbonimento delle masse, trasformando quella che per centinaia di persone rappresentava una giornata di rabbia per le tutt’ora attuali condizioni di vita, in qualche scroscio pavloviano di applausi o in qualche slogan creato ad arte per diffondere false speranze e distogliere l’attenzione dalle questioni reali.

Evidentemente, considerato appunto il progressivo acutizzarsi verso il peggio delle condizioni economiche, ambientali e sociali, questo non poteva essere e non era abbastanza per un considerevole numero di persone che erano scese in piazza con l’intento di praticare ciò che realmente significa uno sciopero generale: il blocco completo, il più possibile diffuso, dei flussi commerciali e della produzione, l’interruzione della quotidianità imposta dai tempi della scuola, del lavoro, della merce e il rovesciamento della sterilità dei rapporti umani che ne conseguono.

Da De Ferrari, pertanto, senza dedicare neanche 10 minuti ai proclami dei politici, un nutrito corteo proseguì verso la sopraelevata e via Gramsci. E’ curioso constatare come i media, ammaliati dalle consuete veline della Questura, si sbizzarriscano sempre in pittoresche rappresentazioni riguardo la composizione di questi cortei spontanei e non autorizzati. Sempre nell’asfissiante tentativo di categorizzare le già compartimentate vite delle persone anche nelle circostanze in cui si trovano, se non unite, almeno insieme. Oltretutto, in uno sciopero, appunto generale, non si capisce chi avrebbe lo scettro per decidere sulla legittimità o meno a scendere in piazza di individui o gruppi.

Insomma, per farla breve e senza troppi fronzoli, il corteo partito da piazza De Ferrari intendeva praticare lo sciopero, anziché sbandierarlo, praticare il blocco.
Dopo aver percorso sopraelevata e via Gramsci, il corteo è proseguito verso la stazione di Principe. Nei pressi di un’entrata secondaria, i reparti mobili della P.S. e della Guardia di Finanza si predisponevano in tenuta antisommossa, con atteggiamento minaccioso, quando non immediatamente violento (in particolare da parte della GdF sui manifestanti sparsi in mezzo alla strada).

Chiaramente a noi non interessa stabilire o fare differenziazioni tra chi e come ha scelto più o meno efficacemente di difendersi oppure chi, colto di sorpresa, ha dovuto soccombere alla violenza poliziesca tornando a casa con lividi e ferite. Riteniamo perfettamente legittimo e coerente, nel contesto di una giornata che voleva partire da una volontà di resistenza allo stato vigente delle cose e alla miseria a cui vorrebbero costringerci, tentare di difendersi e di difendere il corteo dalla consueta brutalità delle Forze dell’Ordine, qui a Genova di ancora viva memoria, tra l’altro.

In ogni caso, che siate d’accordo o meno su questo, neanche il più ingenuo e credulone al sogno di protezione democratica penserebbe che questo sia il luogo in cui si ripristini la verità storica di fatti come questi, il luogo in cui si stabilisca se l’esasperazione e la rabbia di migliaia di persone in giro per il mondo sia giusta o sbagliata, sia utile o insensata.
Ormai tutti negli ultimi anni siamo abituati ad aprire il giornale e trovare con scadenza settimanale interi quartieri, piazze, città, Paesi in rivolta: Il Cairo, Atene, Chiomonte, Londra, Roma, Parigi, Francoforte, Istanbul, Baltimora, Ferguson, Ramallah, Rio de Janeiro, Kobane… E come traducete tutto questo, voi garanti della Giustizia e della convivenza civile? Prendendo, come oggi, qualche capro espiatorio, appioppandogli mesi, anni di detenzione, a seconda dei casi, negando ulteriormente la libertà di qualcuno, per poi tornare tranquilli e sereni alla vita di tutti i giorni. Come è successo, ancora, qua a Genova per il G8; 10 persone, a fronte di una sommossa di massa, chiamate a soddisfare i capricci dei politici, seppellite da anni di carcere o costrette a fuggire da dove avevano scelto di vivere con i propri affetti.

E’ un dato di fatto che mentre noi siamo tutti qua a discutere su chi abbia rovesciato un cassonetto di plastica o se sia arrivato prima il sasso o il manganello o ancora che tipo di indumenti vestiva il tale alle 13 del pomeriggio di quel giorno; gli eserciti continuano a occupare territori e bombardare popolazioni, le persone che scappano da quelle situazioni e dalla miseria prodotta da secoli di colonialismo, quando non affondano in mare, vengono vessati e rinchiusi perché privi dei documenti che qualcuno ha deciso per loro che dovrebbero avere, giovani e studenti si vedono privati di qualsiasi prospettiva sociale, economica, culturale, diritti ottenuti col sangue vengono cancellati dal mattino alla sera, i territori devastati e inquinati per costruire centri commerciali o opere di interesse più che nazionale, delle multinazionali, la povertà dilaga e di pari passo le briglie della Legge diventano sempre più corte. E qual’è la risposta? Qual’è il modo di affrontare tutto ciò? A cosa ci chiamate? All’indifferenza, nel migliore dei casi? Oppure pensate di poter istituire in eterno nuovi tribunali, costruire nuove carceri, nuovi C.I.E., potenziare OPG e reparti psichiatrici?

Forse non avremo una soluzione, ma nel frattempo abbiamo scelto da che parte stare: dalla parte di chi lotta e pratica solidarietà anziché di chi volta lo sguardo di fronte alla barbarie, delega a grigi apparati le decisioni sulla propria vita e sostiene un modello basato sullo sfruttamento e la soppressione dei più deboli.

Questa è una delle poche certezze che abbiamo. Indipendentemente da se e come i vari interpreti di questo processo decideranno di condizionare ulteriormente le nostre vite, noi continueremo ad avere ben chiaro da che parte stare. E mentre le varie eventuali condanne prima o poi si estingueranno, ci sarà sempre qualcuno nella storia che, in piccolo o in grande, individualmente o in massa, non chinerà la testa e combatterà, non solo per la propria e altrui sopravvivenza, ma per un posta in gioco ancora maggiore, la dignità e la libertà.

Segue la firma dei 6 imputati

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