Lotte in Italia


 

CONTRO IL SIONISMO – CONTRO L’IMPERIALISMO

Il 27/9 si è tenuta la 3^ udienza del processo contro i 4 compagni antisionisti, conclusasi con la richiesta di condanne da 3 a 8 mesi. Lunedì 11/10 è prevista l’ultima udienza, durante la quale dovrebbe essere pronunciata la sentenza.

Per questo è importante una massiccia presenza di compagni e compagne al presidio che si terrà davanti al Tribunale di Milano alle ore 9.00.

Solidarietà ai 4 compagni antisionisti!

Contro il ruolo dell’Italia a fianco dell’entità sionista!

Sostegno alla Lotta del popolo palestinese e alla Resistenza dei prigionieri!

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27/9/2021 ORE 9.30 – PRESIDIO DAVANTI AL TRIBUNALE DI MILANO

Invitiamo tutti/e a partecipare al Presidio che si terrà il 27/9/2021 alle ore 9.30 davanti al Palazzo di giustizia di Milano, in solidarietà ai 4 compagni antisionisti sotto processo per aver contestato la presenza dei sionisti nel corteo del 25 Aprile 2018 a Milano.

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7 GIUGNO 2021 (ore 9.00) – TUTTI AL PRESIDIO DAVANTI AL TRIBUNALE DI MILANO, IN OCCASIONE DEL PROCESSO CONTRO I 4 COMPAGNI ANTISIONISTI

Contro il sionismo e l’imperialismo USA e UE!

Contro il ruolo dell’Italia in quanto complice dello Stato di Israele!

Solidarietà alla lotta del popolo palestinese e alla resistenza dei prigionieri palestinesi!

Sosteniamo i compagni sotto processo!

Abbattere il capitalismo!

 

Diffondiamo e rilanciamo l’appello, qui di seguito, dei 4 compagni imputati.

CON LA RESISTENZA PALESTINESE

Lunedì 7 giugno alle ore 9.30 si terrà una nuova udienza del processo contro 4 compagni accusati di aver contestato la presenza delle bandiere sioniste alla manifestazione del 25 aprile 2018 a Milano. Contestazione messa in atto in appoggio alla Marcia per il Ritorno con cui in quel periodo i palestinesi rivendicavano il diritto a ritornare nelle loro terre e che grazie ai cecchini sionisti fu pagata con più di 180 uccisi, tra cui 44 bambini e 4 donne, e oltre 20 mila feriti.

Questa nuova udienza cade in un periodo in cui altre pagine di sangue sono scritte nella storia della Palestina. Ancora una volta l’eroico popolo palestinese sta mostrando la volontà di non soccombere e di reagire contro il razzismo sionista. Quella di questi giorni di maggio è una rivolta di tutto il popolo da Gerusalemme est, alla Cisgiordania, alla striscia di Gaza, ai palestinesi dei territori del ’48, formalmente cittadini israeliani, che per la prima volta sono scesi massicciamente in campo, prima con la rivolta di piazza e poi con lo sciopero generale totale. Si tratta di una rivolta che ha reagito all’accelerazione della pulizia etnica messa in atto dal regime colonialista con la caccia all’arabo, la deportazione delle famiglie palestinesi e l’assalto alla moschea di Al Aqsa a Gerusalemme est nel pieno di una funzione religiosa che vedeva la presenza di decine di migliaia di fedeli.

La reazione sionista alla rivolta palestinese ha mostrato ancora una volta il vero volto di questo colonialismo genocida con bombardamenti massicci, stragi di donne e bambini e distruzione delle condizioni di sopravvivenza della popolazione di Gaza. Oggi questo odioso colonialismo con il progetto della Grande Israele (dal Sinai a Golfo Persico) è perfettamente funzionale ai piani imperialisti degli Usa, e degli stati europei, di dominio e sfruttamento dei popoli dell’area mediorientale. Per questo le classi dirigenti occidentali, Usa e Germania in testa, sono tutte schierate in maniera compatta nel tentativo di rovesciare la storia riecheggiando la propaganda sionista tesa a far passare gli oppressori come vittime.
E non è da meno la classe dirigente del nostro paese che dal PD a Fratelli d’Italia, passando per la Lega e l’M5S, ha sposato in blocco questa aberrante mistificazione.

Dall’altra parte, dalla parte di chi si oppone e lotta, di fronte a questo massacro del popolo palestinese, un’onda di mobilitazione si è levata in tutto il mondo e anche in Italia. Manifestazioni che si sono svolte con grande partecipazione sia nelle città dei cosiddetti paesi avanzati che in quelle dei cosiddetti paesi in via di sviluppo.
Manifestazioni che esprimono chiaramente la solidarietà alla giusta causa del popolo palestinese e che hanno visto in prima fila la presenza significativa di ebrei (anche religiosi praticanti) antisionisti a chiara testimonianza che non si tratta di una “guerra di religione” ma di una guerra tra un popolo oppresso e i suoi oppressori colonialisti, fascisti e razzisti.

È una mobilitazione che mostra che c’è tanta gente che vede le cose per come sono e non si fa disarmare dalla propaganda pro sionista che impera nel sistema dei media occidentale. In tutte le piazze, e anche nella nostra città, abbiamo visto di migliaia di giovani immigrati di seconda e terza generazione, principalmente dal Medioriente, ma non solo, scendere in campo assieme ai solidali italiani per esprimere una forte presa di posizione contro i massacratori sionisti.

Questa mobilitazione ci riempie il cuore e ci rinfranca nella nella determinazione di rovesciare il processo intentato nei nostri confronti in processo al sionismo come forma particolare di colonialismo di insediamento, simile a quelle messe storicamente in atto contro gli indiani d’America, gli aborigeni australiani e i neri in Sud Africa.

Da questa mobilitazione traiamo nuova forza e determinazione per portare avanti questa linea processuale con l’idea che possa costituire un contributo allo sviluppo di un fronte antisionista, antimperialista e antirazzista nei nostri territori.

Invitiamo tutti, solidali e immigrati, a partecipare al presidio davanti al Tribunale di Milano lunedì 7 giugno 2021 alla ore 9.00

MORTE ALL’IMPERIALISMO
LIBERTÀ AI POPOLI!

PALESTINA LIBERA!

Tutti gli imputati

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Primo Maggio Internazionalista Rivoluzionario

guarda il video:

Versione italiana

Versione Inglese

 

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25 APRILE – 1°MAGGIO

L’ANTIFASCISMO È PROLETARIO E INTERNAZIONALISTA

La crisi pandemica ha svelato in modo crudele tutta la violenza del sistema capitalista: i disastri provocati dalle politiche di privatizzazione e degrado della sanità pubblica, l’incredibile impreparazione quindi di fronte all’insorgere di un’epidemia; le scelte produttive criminali, una sola fabbrichetta di ventilatori in tutto il paese a fronte di un’industria bellica in espansione persino in questo periodo! Un brutale impoverimento sociale a fronte dell’inarrestabile arricchimento dei grandi capitali e gruppi finanziari. Ricordiamoci delle risate compiaciute fra capitalisti alla notizia del terremoto de L’Aquila .. lo spirito e la sostanza del sistema e delle sue politiche è proprio questa.

La loro unica risposta sociale sta nelle manganellate, nella repressione poliziesca e carceraria. Non ci sono più margini di mediazione, di “dialogo sociale”, l’unica cosa che conta sono i rapporti di forza. Quello che i settori in lotta hanno ben compreso: gli operai della logistica, con le forti iniziative a Piacenza facendo decadere arresti domiciliari e altre misure repressive; i rider che stanno avanzando sempre più nella conquista di diritti e resistendo allo strapotere dei signori dell’algoritmo, così come ad Amazon dove infine si sciopera contro il capitalista più ricco del mondo; e ancora la tenace e longeva resistenza Notav, ancora sulle barricate in questi giorni.

Questo confronto, sempre più violento, fra sollevamenti popolari e repressione si sta infiammando in molti altri paesi. Qui vicino abbiamo i casi di Francia, Spagna, Grecia dove vengono difesi con grande determinazione anche i prigionieri politici della guerra di classe (i casi di Dimitri Koufontinas, Pablo Hasel, Georges Abdallah). Negli USA il potente movimento contro le stragi poliziesche e razziste tocca le stesse contraddizioni sociali proprio dove si esprimono nel modo più feroce (nel paese guida dell’imperialismo, edificato con lo schiavismo afroamericano e con i tanti genocidi nel mondo): Chip Fitzgerald, militante Black Panther è morto rinchiuso al suo 51° anno di carcere.. mentre Mumia Abou Jamal continua a resistere, a far sentire la sua voce nonostante i 40 anni d’incarcerazione e ora anche la malattia.

E con la ferocia imperialista USA devono, da sempre, fare i conti i popoli dell’America Latina. Ciò nonostante, la resistenza riprende spesso con grande forza e in dialettica con lo sviluppo di forze rivoluzionarie guerrigliere. È oggi il caso in particolare in Cile, Argentina, Colombia, Perù, Messico. Le periodiche sconfitte non hanno impedito ai loro movimenti rivoluzionari di riprendersi e di essere di nuovo, anche oggi, molto attivi, punti di forza e riferimento internazionali. Senza dimenticare Cuba e Venezuela, con il loro grande esempio di solidarietà internazionalista e di gestione socialista rispetto alla crisi pandemica-sanitaria.

Lo stesso intreccio fra resistenze proletarie e forze rivoluzionarie si alimenta in Medio Oriente – con le grandi esperienze in corso fra Rojava, Turchia e mondo arabo, in particolare con la resistenza palestinese – in India e nelle Filippine, dove le guerre popolari di lunga durata sostengono potenti movimenti di massa, come gli attuali scioperi di braccianti e contadini poveri (quello che si protrae da mesi in India ha toccato punte di 250 milioni di scioperanti in alcune giornate).

Essere antifascisti vuol dire essere antimperialisti, perché il legame fra quelle due oppressioni è tornato oggi ancor più evidente: il fascio-razzismo, il suprematismo bianco sono essenza del dominio imperialista, da secoli. D’altronde evidente nei mostri alla Trump e nei regimi filo nazisti impiantati dalla NATO in Ucraina, Croazia, Kosovo e poi Libia, Afghanistan … Altro che celebrazioni istituzionali !

Le nostre lotte, i nostri movimenti, la nostra autorganizzazione possono svilupparsi e crescere solo se assumono tutta l’ampiezza di questi aspetti dello scontro. Solidarietà e fronte unito di classe sono essenziali per affrontare le varie repressioni, per rovesciare i loro ricatti e divisioni fratricide. E l’internazionalismo proletario è la risposta storica, oggi più che mai necessaria per costruire le nostre forze oltre le frontiere, per l’unica guerra che meriti di essere combattuta: la guerra di liberazione dal capitalismo, dall’imperialismo

SOLIDARIETA’ DI CLASSE E INTERNAZIONALISTA !

FACCIAMO FRONTE UNITO PER LA LIBERAZIONE, CONTRO TUTTE LE OPPRESSIONI !

SVILUPPIAMO LE CONDIZIONI PER UNA NUOVA LOTTA RIVOLUZIONARIA !

Proletari Torinesi per il Soccorso Rosso Internazionale

Collettivo Contro la Repressione per il Soccorso Rosso Internazionale

https://proletaritoperilsri.blogspot.com

https://ccrsri.wordpress.com

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23 marzo 2021

Solidarietà a Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali e Azione Antifascista di Genova

Compagni/e del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali e di Azione Antifascista di Genova

il Soccorso Rosso Internazionale (SRI) vi esprime solidarietà, contro quest’attacco repressivo.

Come spiegate bene nel vostro intervento video, è molto significativo che vi si accusi di uso di strumenti “micidiali”, in un rovesciamento osceno della realtà: le armi di distruzione di massa sono su quelle navi che voi, coraggiosamente, boicottate!

Ennesima dimostrazione che “la giustizia” in questo sistema non esiste, non può esistere. Ed è perciò che il SRI, contrastando le finalità disgregatrici e di recupero istituzionale che la repressione giudiziaria persegue, appoggia tutte le lotte che sviluppino coscienza e autonomia di classe.

La prospettiva sta nell’accumulare le forze nel nostro campo, facendo del confronto con la repressione un terreno di costruzione solidale, di capacità a sostenere livelli di lotta crescenti, di maturazione politica.

Costruiamo rapporti di forza e legittimità della lotta di classe, non subalternità istituzionale e legalitarismo.

La vostra lotta contro i traffici d’armi per le guerre imperialiste è esemplare, si situa nel solco di una grande tradizione del movimento operaio internazionalista. Su questo terreno si è sempre giocata una partita molto importante, di prospettiva rivoluzionaria.

Perciò siamo con voi, disponibili a tutte le iniziative per sviluppare insieme solidarietà e fronte di classe antimperialista e antifascista!

Proletari Torinesi per il Soccorso Rosso Internazionale

Collettivo Contro la Repressione per il Soccorso Rosso Internazionale

proltosri@autistici.org

ccrsri1@gmail.com

https://rhi-sri.org/

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SOLIDARIETA’ AI LAVORATORI DELLA FEDEX-TNT E AL SI COBAS COLPITI DALLA REPRESSIONE

Pubblichiamo il comunicato del SI Cobas Nazionale

10/3/2021

STATO E PADRONI UNITI CONTRO I LAVORATORI

LA REPRESSIONE NON CI FA PAURA

Alle prime luci dell’alba di stamattina la Questura di Piacenza ha dato vita a uno spettacolare blitz nelle case di decine di lavoratori del magazzino Fedex-TNT e dei principali operatori provinciali del SI Cobas, protagonisti degli imponenti scioperi nei mesi di gennaio e febbraio con i quali i lavoratori riuscirono a imporre una battuta d’arresto ai piani di ristrutturazione della multinazionale americana, al suo tentativo di rompere unilateralmente quelle relazioni sindacali che negli anni il SI Cobas era riuscito ad instaurare con la TNT e, nei fatti, avviare una controffensiva tesa a riportare indietro di dieci anni le condizioni dei lavoratori, sottraendo quei diritti e quelle tutele salariali strappate con dure lotte che hanno portato all’abolizione del caporalato semischiavistico che imperversava nella logistica attraverso il sistema delle cooperative.

L’attacco repressivo di stamattina è stato pesantissimo: 5 divieti di dimora nel comune di Piacenza, almeno 6 avvisi di revoca dei permessi di soggiorno, 21 indagati con possibili misure di sorveglianza speciale, sequestro dei PC, 13.200 euro complessivi di multa per presunta violazione delle misure di contenimento dai contagi (per lo stato gli assembramenti sul posto di lavoro vanno bene, fuori ai cancelli di un magazzino sono un crimine…), e soprattutto 2 compagni, Arafat e Carlo, agli arresti domiciliari.

Quel che sta accadendo in queste ore a Piacenza rappresenta il primo vero biglietto da visita dell’”era-Draghi”: fermi, perquisizioni e arresti domiciliari per chi difende i lavoratori dai soprusi padronali, in continuità con i decreti-sicurezza dei governi precedenti; difesa manu militari verso chi sfrutta, licenzia, affama e utilizza la crisi pandemica come alibi per continuare a moltiplicare i profitti sulla pelle degli operai e della collettività e impunità verso i politici e i manager come i Verdini, i Renzi, gli Angelucci, ecc. che hanno saccheggiato gli erari pubblici e distrutto lo stato sociale!

Un’operazione di polizia di tali dimensioni non può essere il frutto di una dinamica puramente locale, ne solo la conseguenza di uno sciopero che, ci teniamo a ricordarlo, si stava svolgendo in maniera del tutto pacifica fin quando una carica unilaterale del reparto-celere con lacrimogeni sparati ad altezza-uomo contro gli scioperanti non portasse a trasformare una vertenza sindacale in un problema di ordine pubblico.

E’ evidente che ci troviamo di fronte a un tassello di un più ampio attacco repressivo, che vede nei lavoratori di Piacenza il bersaglio privilegiato per via delle importanti iniziative di lotta portate avanti in queste settimane, su tutte la grande manifestazione fuori ai cancelli di Amazon dell’8 marzo.

Lo scopo è quello di colpire la punta più avanzata del movimento che più sta dando filo da torcere ai padroni, e screditare l’unica voce fuori dal coro che si sta levando contro il clima di “unità nazionale” e di pacificazione sociale di cui il governo Draghi è espressione: lo abbiamo visto lo scorso 18 febbraio quando ai lavoratori è stata negata la piazza di Montecitorio per manifestare contro il governo del capitale e dei banchieri; lo stiamo vedendo in queste ore alla Texprint di Prato, laddove è in corso un attacco repressivo violentissimo contro il SI Cobas che è in sciopero contro la barbarie dei turni di lavoro di 14-16 ore al giorno e al maxiprocesso di Modena che vede più di 80 imputati per la vertenza Alcar Uno.

L’attacco in corso non è solo contro il SI Cobas e i facchini di Piacenza: è un segnale chiaro ai milioni di lavoratori sui quali vogliono scaricare i costi della crisi pandemica!

Ma anche stavolta non ci lasceremo intimidire: risponderemo decisi e compatti a queste montature giudiziarie e a ogni tentativo di infangare e diffamare il nostro movimento.

Per questo facciamo appello a tutti i lavoratori, ai solidali, ai movimenti sociali e alle realtà del sindacalismo di classe e combattivo per costruire una grande manifestazione a Piacenza per il giorno

SABATO 13 MARZO ALLE ORE 14,30.

LE LOTTE OPERAIE NON SI PROCESSANO!

ARAFAT E CARLO LIBERI SUBITO!

SI COBAS NAZIONALE

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8marzo

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3/3/2021 ore 11.00 – Partecipiamo al presidio davanti al Tribunale di Milano in sostegno dei 4 compagni antisionisti sotto processo

Contro il sionismo e l’imperialismo USA e UE!

Contro il ruolo dell’Italia in quanto complice dello Stato di Israele!

Solidarietà alla lotta del popolo palestinese e alla resistenza dei prigionieri palestinesi!

Sosteniamo i compagni sotto processo!

Abbattere il capitalismo!

Diffondiamo e rilanciamo l’appello (qui di seguito) dei 4 compagni antisionisti sotto processo per aver contestato la presenza dei sionisti alla manifestazione del 25 Aprile 2018.

L’antisionismo non è antisemitismo

Il 3 marzo 2021 alle ore 11.00 si terrà presso il Tribunale di Milano la seconda udienza del processo contro 4 compagni rinviati a giudizio per la contestazione della presenza delle bandiere dello Stato sionista di Israele alla manifestazione del 25 aprile 2018 a Milano, condito con accuse che vanno dalle minacce alla resistenza a Pubblico Ufficiale, aggravate dell’incitamento all’odio razziale.

Si tratta, a tutti gli effetti, di un processo politico che ha l’obiettivo preciso di criminalizzare la solidarietà alla Resistenza del popolo palestinese contro l’occupazione sionista della propria terra e le vessazioni e persecuzioni razziste che subiscono da quasi un secolo con stragi, omicidi mirati, deportazioni, apartheid, torture e anni di galera, al di fuori di qualsiasi stato di diritto.

Il fatto che oggi la giustizia del nostro Stato decida di incriminare dei compagni accusandoli di incitamento all’odio razziale, per aver contestato la presenza delle bandiere di un regime costituzionalmente e visceralmente razzista, più che un dato paradossale è la dimostrazione concreta dell’ipocrisia di una giustizia al servizio degli interessi dominanti che, per la loro proiezione imperialista, vedono in Israele uno dei complici più affidabili, come mostra la fitta rete di scambi che ha al centro il commercio di sistemi di armamento.

Da parte nostra abbiamo l’intenzione di trasformare il processo nei nostri confronti in processo contro il sionismo, in quanto concezione politica razzista e colonialista, e contro l’azione dello Stato di Israele che ne incarna il progetto di occupazione della Palestina e di annientamento delle sacrosante ragioni del popolo palestinese.

Consideriamo inoltre odiosa e respingiamo risolutamente l’accusa di incitamento all’odio razziale. La nostra vita politica, sociale e culturale è sempre stata improntata a combattere il razzismo in qualsiasi forma esso si presenti e consideriamo una vera e propria provocazione essere processati con questa accusa.

Denunciamo anche il fatto che il nostro non è un caso isolato, ma fa parte di una campagna orchestrata a livello internazionale che vede il sionismo all’offensiva nel tentativo di contrastare la solidarietà alla causa palestinese, come mostrano gli esempi di processi analoghi al nostro o le leggi di equiparazione dell’antisionismo all’antisemitismo in Francia, Gran Bretagna e Germania.

Mobilitiamoci perché questo processo non costituisca un precedente che possa discriminare la solidarietà al popolo palestinese, ma ne diventi invece occasione di rilancio.

Mercoledì 3 marzo ore 11.00 presidio davanti al Tribunale di Milano

Tutti gli imputati

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Tutti al presidio in sostegno dei compagni antisionisti

11 gennaio ore 9.00 Tribunale di Milano

L’11 novembre 2020 si è svolta la seconda udienza preliminare che ha deciso di portare a processo 4 compagni antisionisti per la contestazione della presenza sionista durante il corteo del 25 Aprile 2018. L’11 gennaio 2021, alle ore 9.00, a Milano, si terrà la prima udienza di questo processo contro i compagni accusati di minacce, resistenza a P.U, lancio pericoloso di oggetti e incitamento all’odio razziale, quindi i compagni da indagati ora diventano imputati.

Quest’operazione giudiziaria è chiaramente finalizzata a colpire il movimento di sostegno alla lotta del popolo palestinese e contro l’imperialismo e il sionismo che in questi anni ha organizzato e promosso varie mobilitazioni e iniziative a sostegno della causa del popolo palestinese e dei suoi prigionieri. Lo Stato italiano da anni intrattiene importanti legami economici, politici, culturali e nel campo militare con la compravendita di tecnologia e armamenti con lo stato sionista. Un ulteriore elemento di questa “amicizia” con Israele è rappresentato dalla repressione contro chi contesta le politiche colonialiste e razziste e di genocidio del popolo palestinese da parte dell’entità sionista. Questo non riguarda solo Italia, in quanto l’imperialismo USA e UE è il maggiore sostenitore dello stato di Israele, quale baluardo in quell’area dei propri interessi e contro la lotta e l’autodeterminazione dei popoli oppressi. Anche in altri Paesi dell’UE sono state promulgate legislazioni che colpiscono la solidarietà verso il popolo palestinese e la lotta contro il sionismo, equiparando l’antisionismo all’antisemitismo e inscenando processi per incitamento all’odio razziale. E’ di quest’ultime settimane la notizia che in Francia, a Tolosa, numerosi organismi filosionisti hanno messo in atto una campagna massmediatica per chiedere lo scioglimento del gruppo “Collectif Palestine Vaincra”, da anni impegnato nella solidarietà alla lotta del popolo palestinese.

E’ importante quindi sviluppare la solidarietà verso chi viene colpito per il sostegno alla causa palestinese, criticare il ruolo dell’imperialismo italiano a fianco di Israele e continuare a promuovere ed estendere qui il sostegno alla lotta del popolo palestinese e dei prigionieri. A questo proposito facciamo nostra l’iniziativa lanciata da “Samidoun” (Rete di solidarietà per i prigionieri palestinesi) per una settimana, dal 15 al 23 gennaio 2021, di mobilitazione per la liberazione di Ahmad Sa’ adat e tutti i prigionieri palestinesi.

8/1/2021
Collettivo Contro la Repressione per un Soccorso Rosso Internazionale (CCRSRI)
ccrsri.wordpress.com
Proletari Torinesi – per il Soccorso Rosso Internazionale (PT-SRI)
proletaritoperilsri.blogspot.com

 

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Dicembre 2020

Raccolta fondi per un compagno

RACCOLTA FONDI SPESE LEGALI a seguito del processo-montatura per una rissa alla Statale di Milano.
Rilanciando la presa di posizione sul processo farsa, come ribadito dalla ricostruzione pubblica di Lollo
(https://riss.noblogs.org/), i due compagni condannati hanno sempre rivendicato a testa la totale estraneità
agli addebiti. Arresti, processo e condanne tutte politiche. In seguito a diverse gravi irregolarità ed in assenza
di prova, il processo si è concluso in cassazione il 30/11/2020 e Lollo è stato condannato a una pena di
3 anni e 4 mesi e 30mila euro di risarcimento.
Un amico e compagno non deve essere lasciato solo. E’ necessario rilanciare ora, la solidarietà è un’arma,
usiamola.
RACCOLTA FONDI SPESE LEGALI – DONAZIONE VIA BONIFICO BANCARIO
postepay c/c intestato: Andrea Sagliocco – iban: IT84M3608105138208503308511 – Causale: contributo spese legali + nome mittente / associazione

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Novembre 2020

Contro l’attacco ai movimenti di lotta – Solidarietà ai due compagni colpiti dalla repressione

Pubblichiamo un comunicato di alcuni imputati del maxi processo No Tav, a seguito del recente pronunciamento della Corte di Cassazione che ha confermato le pesanti condanne a due compagni per un fatto relativo ad una rissa avvenuta all’Università statale di Milano nel febbraio 2013.

“Lunedì 30 novembre 2020 la corte di Cassazione ha confermato le due pesanti condanne del tribunale di secondo grado (3 anni e 4 mesi e 8 mesi), per una rissa avvenuta all’Università Statale di Milano la sera del 13 febbraio 2013 durante una festa. Il 4 settembre 2013, per quei fatti, sono stati arrestati due compagni, con l’accusa di violenza aggravata e lesioni. I due compagni si sono sempre detti estranei ai fatti del 13 febbraio, dichiarandosi dispiaciuti per quanto avvenuto alle persone coinvolte. Fin da subito è parsa chiara la volontà della magistratura e dello stato di costruire ad arte l’inchiesta per attaccare i gruppi politici e le lotte sociali di cui i due compagni facevano parte, in primo luogo il movimento No Tav e quello studentesco.

Per una rissa nata da futili motivi, a dirigere l’indagine è stato messo un Pm “antiterrorismo”, che ha disposto intercettazioni ambientali e telefoniche di compagni, amici e parenti degli inquisiti. In seguito sono emerse enormi irregolarità durante tutti i processi, fino alla sentenza di Cassazione. Ad esempio, la principale vittima di lesioni ha sporto denuncia soltanto dopo due settimane dai fatti. Il testimone principale durante il dibattimento ha ritrattato la sua versione originaria, dicendo soltanto in un secondo momento di non poter riconoscere gli imputati, e dichiarando di aver subito pressioni dai Carabinieri dei Ros nella stesura del verbale utilizzato per gli arresti.

Per sei mesi non si è parlato di quell’episodio, fino a inizio settembre 2013, quando è scattata l’operazione, “casualmente” poco prima dell’apertura dell’anno accademico universitario e subito dopo il definitivo sgombero della libreria occupata Ex-Cuem avvenuto in estate. I media si sono adoperati in un’ampia opera di criminalizzazione fatta di titoli forcaioli sulle prime pagine dei giornali e servizi sulle tv nazionali, in cui venivano coinvolti senza distinzione il movimento No Tav, quello studentesco e persino le Brigate Rosse. Nella campagna di odio creata, un professore di Scienze Politiche, Nando Dalla Chiesa, ha detto pubblicamente che se fosse stato il giudice del processo avrebbe arrestato anche gli avvocati difensori.

Il rettore della Statale, Gianluca Vago, contestualmente all’operazione, ha dichiarato di voler mettere telecamere e tornelli agli ingressi dell’università. Come imputati milanesi No Tav del maxi-processo per le giornate di resistenza del 27 giugno e del 3 luglio 2011 non possiamo che sentirci vicini a Lollo (nostro coimputato), che ora rischia concretamente di finire dietro le sbarre, e a Simone, perché questa operazione repressiva è stata un attacco ai movimenti sociali e in particolare a quello No Tav.

Alcuni imputati milanesi del maxi-processo No Tav”

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Novembre 2020

ANTISIONISTI RINVIATI A PROCESSO

Mercoledì 11 novembre si è svolta presso il Tribunale di Milano la seconda e ultima trance dell’Udienza Preliminare per decidere il rinvio a giudizio degli indagati per la contestazione della presenza delle bandiere dello Stato di Israele alla manifestazione del 25 aprile 2018 a Milano.

L’udienza si è conclusa con la decisione del Giudice di rinviare a giudizio, con l’accusa di minacce, lancio pericoloso di oggetti e resistenza a Pubblico Ufficiale aggravate da incitamento all’odio razziale, quattro compagni che da indagati sono così diventati imputati.

Anche questa è stata un’ulteriore dimostrazione della volontà di perseguire nella provocatoria equiparazione dell’antisionismo all’antisemitismo. Opporsi alla presenza delle bandiere di uno Stato fascista e terrorista che opprime il popolo palestinese alla manifestazione per la liberazione dal nazifascismo per questa magistratura va considerato un atto da perseguire penalmente confermando l’aggravante odiosa di incitamento all’odio razziale. Questo a supporto della politica prosionista dello Stato italiano che non perde occasioni per promuovere progetti di collaborazione con Israele in campo civile e militare.

Da parte nostra ribadiamo che questo non è un episodio isolato, ma fa parte di una campagna internazionale tesa a legittimare lo Stato sionista nel momento in cui si annette l’intero territorio della Palestina, trasferisce la capitale a Gerusalemme e proietta e sue mire offensive su tutto il Medioriente a suon di bombardamenti e omicidi mirati contro la resistenza palestinese e degli altri popoli arabi. Una campagna che ha visto processi simili al nostro in Francia e Germania dove sono anche state promulgate leggi che considerano l’antisionismo come antisemitismo.

Noi naturalmente rigettiamo in blocco questo piano accusatorio promosso anche con il nostro processo dai sionisti di casa nostra, rivendichiamo tutte le forme di solidarietà alla causa palestinese e invitiamo tutti i solidali e sensibili alle ragioni del popolo palestinese a trovare il modo di mobilitarsi o comunque di esprimersi anche in questa situazione caratterizzata dal lockdown.

Per quanto ci riguarda in quanto imputati intendiamo proseguire nella linea di trasformare il processo contro gli antisionisti in processo al sionismo.

Per ora informiamo tutti che la prima udienza del processo si terrà lunedì 11 gennaio alle ore 9 presso il Tribunale di Milano.

Tutti gli imputati

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Pubblichiamo un comunicato di alcuni compagni trentini

TRENTO: PROVE DI MILITARIZZAZIONE E DI RESISTENZA

A Trento per il tardo pomeriggio di venerdì 6 novembre era stato lanciato un corteo che intendeva protestare contro il coprifuoco e denunciare in strada le responsabilità di governo e Confindustria sull’impatto sociale dell’epidemia. Fin da metà pomeriggio Via Verdi, dove era stata pubblicizzata la partenza del corteo, si presenta completamente transennata e inaccessibile, nel mentre in diversi punti limitrofi al centro inizia a schierarsi la celere. Alle 18.00, orario della manifestazione, si contano complessivamente una decina di blindati distribuiti tra Piazza Duomo, Via Verdi, Piazza Santa Maria Maggiore, Piazza della Portela: 4 schieramenti di celere in un tratto di strada lungo forse 600 metri, tra la piazzetta adiacente allo spazio anarchico El Tavan, il luogo del concentramento e la piazza centrale della città. A questo si aggiungono la presenza asfissiante della digos che da ore ronzava attorno allo spazio anarchico e consistenti posti di blocco sulle principali strade di accesso al centro città, in cui la polizia ferma due auto e porta sei compagni in questura. Poco prima delle 18.00 un nutrito gruppo di compagni esce dal Tavan per raggiungere il concentramento. All’altezza di Santa Maria Maggiore, a metà strada tra la sede e Via Verdi, la celere cerca di circondare i compagni. Immediatamente ci si mette in strada, viene bloccato il traffico, si apre uno striscione (“Che la crisi la paghino i ricchi”) e con volantinaggio e interventi si spiegano ai passanti le ragioni del corteo, e la risposta, alquanto evidente, dello stato a chi, in questa fase, intende scendere in piazza, organizzarsi, lottare. Parecchie persone si aggiungono al blocco, molte altre comprensibilmente non se la sentono di tentare di oltrepassare il cordone di celere, ma rimangono in piazza, per cui paradossalmente gli sbirri, che volevano impedire un corteo, si trovano stretti tra una cinquantina di compagni (e non solo) che bloccano la strada da un lato e una variegata presenza di passanti, giovani, immigrati che ascoltano gli interventi (e di certo non simpatizzano con la polizia) dall’altro. Nel frattempo sul luogo del concentramento si ritrovano (nonostante sbirri e transenne) una trentina di persone che, dopo vari interventi, partono in corteo dietro lo striscione “Fabbriche aperte e coprifuoco serale. Profitto e controllo, altro che salute”, per raggiungere il gruppo bloccato in Piazza Santa Maria Maggiore. Anche da lì si prova a muoversi per tornare verso il Tavan, ma a poche decine di metri dalla sede il corteo viene nuovamente fermato da un ulteriore cordone di celere. Dopo un po’ la situazione si sblocca, ma la strada davanti al Tavan rimarrà chiusa dalla celere fino a tarda sera. Nel frattempo i compagni fermati sono ancora trattenuti dagli sbirri, per non meglio precisate “notifiche”. Vengono divisi per genere, fatti spogliare per essere perquisiti coi piegamenti, fotosegnalati e vengono loro prese le impronte. Ci si sposta sotto la questura, dove tra cori, battiture e qualche spintone con la celere, si cerca di mettere un minimo di pressione affinché i fermati vengano rilasciati, cosa che accadrà verso l’una di notte, dopo oltre 7 ore di fermo. Bilancio: sei fogli di via per tre anni dal comune di Trento, quattro telefoni sequestrati per una presunta inchiesta per “porto di oggetti atti a offendere” (!), sequestrata anche una bottiglia di grappa che nei verbali viene spacciata per “contenitore di liquido infiammabile”. Inoltre, durante la fotosegnalazione la digos sottrae la mascherina ad una compagna: un tentativo, piuttosto maldestro, di impossessarsi del suo dna. 

Il giorno dopo, sabato mattina, nel quartiere di San Pio X un gruppo di compagni e compagne installa una bacheca in un punto di passaggio, e volantina un testo in cui invita a pratiche di mutuo appoggio per far fronte a questi tempi grami. Dopo poco sopraggiungono diverse volanti, due compagni vengono portati in questura, la bacheca viene rimossa. 

Non ci aspettavamo che scendere in piazza sarebbe stato facile. Le “misure di contenimento” che abbiamo visto nei giorni scorsi sembrano riecheggiare le ultime circolari del Ministero dell’Interno (e le ordinanze provinciali della giunta leghista) che permettono la possibilità di chiudere strade o piazze ritenute “zone di assembramento” a qualsiasi ora (non più dopo le 21.00), con una semplice ordinanza del sindaco (ed è difficile distinguere l’operato del neoeletto sindaco di centrosinistra da ciò che avrebbe fatto, per lo stesso corteo, una qualsiasi amministrazione leghista), del prefetto o del presidente della provincia. Una dimostrazione in più di ciò che ci aveva spinto a chiamare il corteo di venerdì: coprifuoco, chiusura selettiva delle piazze in cui ancora si può incontrarsi e discutere, divieto di manifestare, la volontà dichiarata di chiuderci in casa se non per lavorare e consumare, la polizia che diventa l’unica presenza permessa nelle strade… tutto questo non ha nulla a che vedere con la tutela della salute. Di questa crisi, come di tutte le altre, lo Stato sta approfittando per approfondire la propria presa sulla società, per garantirsi pace sociale, sottomissione e capillare controllo poliziesco. I padroni, Confindustria in testa, ne stanno facendo una formidabile occasione di ridefinizione dei rapporti di sfruttamento e di accumulazione di nuovi profitti. Gli scontri di Napoli, Firenze, Milano, Torino, le rivolte nelle carceri a cui lo Stato ha risposto con una vera e propria strage, gli scioperi nelle fabbriche e nel comparto della logistica che hanno saputo imporre un, seppur parziale, blocco della produzione sono stati una prima risposta di classe ai progetti di lacrime e sangue del duo Conte-Bonomi. Il corteo di venerdì intendeva dare voce a queste lotte. Ben altri momenti di conflitto saranno necessari per ricacciare indietro i piani dei padroni e l’epidemia di cui sono responsabili.

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Pubblichiamo due testi sul carcere di Davide Delogu

DA DAVIDE DELOGU: contributo del 3 Novembre 2020

Continuo la conflittualità, sciopero dell’aria e sciopero del vitto. Il 22 Ottobre, per la prima volta, sono stato autorizzato dal DAP, su ennesime richieste della mia famiglia che sempre fa, a svolgere una videochiamata solo con i miei genitori e basta, altrimenti avrebbero bloccato la video, a stile 41bis. Non voglio azzardare troppo ma penso che la pressione avuta da questa determinazione con la campagna di scioperi solidali qualche effetto, per tale concessione, l’abbia avuta, come pure dopo una settimana la sbarrocrazia mi ha spostato in un’altra sezione di isolamento quasi vuota (i due presenti dormono 18 ore al giorno…ci voleva un pò di silenzio tombale..). Mi danno la cella migliore con le pianelle a terra e pure nei muri del bagnetto, un lusso, dove finalmente non ci sono perdite di acqua, e per ora tirando le somme, abbiamo ottenuto una piccola miglioria, ossia una migliore vivibilità in cella e di iniziare qualche videochiamata. Seguiranno poi aggiornamenti e unisco un mio testo sul carcere che avevo scritto tre anni fa, mai pubblicato come contributo per la solidarietà dato che non riesco a scriverne uno come si deve riguardo a questa campagna solidale. Viva chi lotta.

Davide Delogu

CONTRO LA GALERA DAL CARCERE DI AUGUSTA (SR)

Nonostante la mia situazione di detenuto in G.S. (Grande Sorveglianza) ho degli aggiornamenti su
alcune vicende carcerarie; inoltre vorrei esporre alcuni punti che si rifanno al modo in cui si può
comportare un anarchico, o meglio su come io (in quanto anarchico, non sottomesso, per esperienza
diretta) affronto certe determinate situazioni del vissuto carcerario, dato che ogni anarchic*
prig ionier* si comporta e risponde come meglio crede (non sarò certo io quello che vuole dare
“lezioni” di chi è più ribelle. L’anarcometro lo lasciamo agli pseudo intellettuali/rivoluzionari e agli
arrivisti).
Aggiornamenti: 10 giorni fa, nel carcere di Augus
ta, vi è stato un pestaggio nei confronti di un
detenuto marocchino. Alì, questo il suo nome, era già in isolamento perché si son presi a lamettate a
vicenda con altri due arabi. Dopo qualche giorno venne a trovarlo la famiglia e la madre ricordò alla
guar dia che avevano due ore di colloquio prenotato, ma il secondino insisteva di averne solo una.
La madre iniziò a lamentarsi per questo motivo e per risposta fu spinta dal secondino con molta
forza, tanto da farla cadere seduta sopra la sedia, proprio di fro nte al figlio arrivato in quel
momento, che non ci ha pensato due volte a sferrargli un cazzotto in faccia. Nell’immediato lo
presero una decina di guardie per il pestaggio. Alì è stato poi denunciato per aggressione verso
l’aguzzino (come al solito) ma a processo sputtanerà quello che realmente è accaduto…dove non
dovrebbe essere lasciato solo. Sappiamo bene che le guardie approfittano della loro forza e
impunità, contro i più deboli, i più isolati, soprattutto stranieri. L’altro aggiornamento riguarda u na
ribellione collettiva di qualche giorno fa, nel carcere di Salerno. Il motivo è stato perché un loro
compagno di 22 anni, dal carcere minorile è stato trasferito ai maggiorenni lì a Salerno per motivi di
“ordine e sicurezza”, annullando il fatto che si può stare fino a 25 anni. Però non è stato messo
insieme ai loro compagni in sezione, ma in transito dai “protetti” come aggressione alla propria
dignità. Allora una sezione compatta ha cacciato via le guardie, scendendo in altre due sezioni,
anche lì cacc iando a calci in culo le guardie. Si sono dunque impossessati di tre sezioni,
minacciando che fino a quando non avrebbero fatto salire, per stare assieme, il loro compagno. Le
sezioni sono state prese in mano dal pomeriggio alla mattina successiva, fino a quando è stato
deciso di far salire il loro compagno. Un “dialogo” che comunque è servito, nonostante nei giorni
successivi siano stati trasferiti tutti, sparsi nelle regioni dello stato, tra cui uno nella sezione in cui
mi trovo.
Invece, una notizia ined
ita sul “caso Cucchi” riguarda il momento in cui stava in sezione, dove
richiedeva continuamente degli antidolorifici, dato che i carabinieri lo avevano macellato. Il
capoposto di servizio che già era infastidito dall’orario da servo in cui era montato, ap rì la cella di
Stefano, ormai ridotto in fin di vita, entrando e dandogli il “colpo di grazia”, massacrandolo di colpi
e in pratica uccidendolo definitivamente. Subito sono stati trasferiti tutti i detenuti presenti in quella
sezione, per evitare testimoni anze, ma uno di loro, un sudamericano, raccontò ai detenuti del
carcere in cui arrivò (Alghero) questa storia. Sembrava molto strano che gli aguzzini carcerieri
siano diventato all’improvviso degli “angioletti”…
Riguardo ai successivi punti che sto per s
crivere, anche se viene impostato a volte in terza persona
esprimo me stesso e come mi comporto nelle varie situazioni da anarchico non sottomesso; non
intendo scrivere un “manuale” di come un* anarchic* si dovrebbe comportare, come scritto in
precedenza, non sono un “duro e puro”, ma un prigioniero che attraversando l’inferno della
repressione carceraria ha risposto furioso in base alla propria esperienza. Poi se per alcun* ne
traggono spunti interessanti da portare a compimento in modo proprio, ben venga.
Nei consigli di disciplina (o tribunale di esecuzione) se si è intenti ad andarci, sono obbligati a
leggere per intero le accuse mosse contro di noi, in modo tale che si scoprirà se la guardia che ha
redatto il rapporto ha “gonfiato” scrivendoci il falso; se così fosse, quando ritornerà in sezione,
come ho sempre fatto, lo faccio scappare dalla sezione riempiendolo di insulti e spaccando tutto.
Per tale risposta, anche se si verrà messi in isolamento, in totale sei secondini, avendo la colpa di
aver rappor tato il falso, per paura si sono messi loro il “divieto d’incontro” con me! E mi dicono che
è la prima volta che succede questo, dovuto certamente ai detenuti pecoroni che hanno lasciato farsi fare gli abusi da queste merde, dandogli il potere di farlo!
G
li spioncini del bagno tanto cari ai depravati in divisa devono rimanere sempre tappati perché
siamo noi che decidiamo il nostro spazio alla privacy. Loro ti proporranno la “concessione” di
tapparlo mentre si usa il bagno e di liberarlo quando non lo usi. Non è assolutamente accettabile! E’
una violenza psicologica, perché se si va in bagno 10 volte al giorno bisogna tappare e liberare ogni
volta lo spioncino…che si fottano le guardie depravate e, se ci tengono tanto, che vengano loro
durante una perquisa o altro a togliere il tappo allo spioncino, tanto verrà subito rimesso!
Lo stesso se ci si trova in bagno proprio mentre vengono per la perquisa o battitura alle sbarre, non
devono azzardarsi ad aprire la porta del bagno (che è sempre meglio farci un ganc io per bloccarla),
pena lancio di oggetti e liquidi contro i pervertiti.
– Guai se si dovesse venire svegliati durante il controllo notturno tramite l’accensione della
forte luce artificiale, perché non usano le torce nonostante sia assente la luce “soffusa”
notturna. Gli imprechi contro la guardia saranno così forti e rabbiosi da svegliare tutto il
carcere. Dopo che è accaduto 4 volte (con conseguenti isolamenti) temendo la mia giusta
reazione, non lo hanno più fatto. Dipende dai gusti, ma se una guardia mon ta in sezione
allegro e sorridente, mi attivo subito a cambiargli l’umore insieme alla sua faccia di merda!
– Nelle perquisizioni corporali, le mutande non si abbassano mai!!Loro vogliono umiliarti
nella tua integrità, convinti della loro superiorità e coman dare il tuo corpo fin nell’intimità,
grazie a tutti gli altri detenuti che lo permettono, quando invece una persona ha la facoltà di
decidere se mantenere la propria dignità intatta. Io, in quasi 10 anni di galera, mi sono
sempre rifiutato di abbassarmi le mutande. Vi sono state poche volte in cui rimanevano
mezz’ora, cercando di convincermi con argomentazioni viscide e ignoranti, e quando questa
eccessiva presenza mi dava il voltastomaco, per finirla gli allargavo leggermente l’elastico
delle mutande (non troppo per non far vedere le parti intime) così si assicuravano (volenti o
nolenti) che non nascondevo niente, o altrimenti li costringevo a passarmi il metal detector.
Senza contare il fatto che lo dicono le loro merdose leggi che è vietato denudare duran te le
perquisizioni, ma sono talmente miseri in tutti i sensi che non interessa questo aspetto legale,
e men che meno a me!
– Sono l’unico in tutto il carcere che si rifiuta di farsi odorare dai cani anti droga che portano
ogni tanto. Mi devono dire il motiv o, il nome e cognome del presunto accusatore che dice
che io ne possiedo, non avendo mai avuto nessun reato per droga. Sentendomi offeso, ho
creato talmente di quello scompiglio, casino e perdita di tempo, che quando l’unità cinofila
mi vede, mi evita dire ttamente.
– Quando vi è la battitura alle sbarre non deve accadere quando si sta mangiando (lo stesso
vale per le perquisizioni) quantomeno aprirgli le finestre. Non siamo i loro burattini
consenzienti!
– I secondini non possono e non devono dare ordini ai d etenuti che non sono i loro sottoposti,
non si è in un carcere militare e non si indossa una merdosa divisa! Figurarsi se fanno gli
autoritari con gli anti autoritari, con gli anarchic* che hanno il giusto modo di ribellarsi agli
“ordini”. Siamo sempre noi che decidiamo cosa fare anche se a suon d’isolamento e, per
quanto mi riguarda, ora gli ho fatto cagare il loro modo di rivolgersi a me. I carcerieri
devono rivolgersi al detenuto facendo richieste con la dovuta gentilezza. Poi se lo fanno
tremanti di pau ra per il solo fatto di rivolgersi ad un* anarchic*, va ancora meglio. Per non
annoaire mi fermo, nell’aver considerato il proprio atteggiamento refrattario in questi pochi
punti. Tuttavia ve ne sono tanti altri…
Non diamogli il potere di trattarci come
vogliono! Qua si dice che la galera la fanno i detenuti, che
solo per un certo aspetto corrisponde alla realtà.
Contro le galere lotta e bombe o bombe di lotta! Non si può andare con delicatezza! Manco loro lo
fanno!
+ bollettini anticarcerari

Galera di Augusta

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Contro il sionismo e l’imperialismo – A fianco dei compagni sotto processo

L’11/11/2020 si terrà la seconda udienza del processo contro cinque compagni accusati di “incitamento all’odio razziale” per aver contestato la presenza dei sionisti in occasione delle celebrazioni del 25 Aprile 2018. Il 19/10/2020, in occasione della prima udienza, si è tenuto un presidio con slogan, striscioni e interventi.

Da diversi anni il corteo del 25 Aprile a Milano vede al suo interno la presenza organizzata dei sionisti legittimata e protetta, con tanto di servizio d’ordine, dal Partito Democratico e da altre forze della sinistra istituzionale. Questa è una palese operazione di propaganda politica condotta dallo Stato italiano, tesa a rafforzare i legami politici, economici, culturali e strategici ormai consolidati da decenni con lo Stato di Israele, funzionali a riaffermare e promuovere il ruolo dello Stato sionista, quale baluardo dell’imperialismo contro i popoli in lotta per l’autodeterminazione e contro gli Stati che non intendono sottostare ai diktat di USA, Unione Europea e di altri Paesi imperialisti.

Per queste ragioni da anni si è sviluppato un movimento antimperialista e a sostegno della lotta del popolo palestinese e dei popoli oppressi nella regione Mediorientale.

A Milano, da alcuni anni si organizza un presidio per contestare, con slogan, bandiere palestinesi, striscioni a sostegno della causa palestinese, la presenza sionista con tanto di bandiere israeliane nel corteo del 25 Aprile e i partiti che la sponsorizzano. In questa occasione lo Stato schiera decine di agenti in assetto antisommossa e di numerosi digos, schierati a difesa dei sionisti e contro i manifestanti.

In tale contesto si inquadra l’attacco repressivo contro i cinque compagni sotto processo.

Quest’operazione repressiva rappresenta un salto di qualità nelle strategie della controrivoluzione preventiva, in quanto capovolge la realtà accusando di razzismo i compagni. Infatti alle accuse di “terrorismo”, “estremismo” e “violenza”, utilizzate solitamente dallo Stato, in questa occasione nei confronti dei cinque compagni si usa, in modo subdolo e strumentale, l’accusa di razzismo contro chi invece ne fa costantemente un terreno di lotta. Tutto ciò in linea con il processo di equiparazione tra comunismo e fascismo, in corso dagli anni ’90 e condotto da apparati istituzionali e da partiti revisionisti, cui oggi va aggiunta anche la comunanza tra antisionismo e antisemitismo, ponendo sullo stesso piano filo palestinesi e fascisti. Operazioni che vengono avallate, anche a livello internazionale, tramite appositi provvedimenti legislativi, come ad esempio avvenuto in Francia e in altri Paesi europei.

L’altro aspetto rilevante di questa operazione repressiva è l’intenzione evidente dello Stato di colpire compagni impegnati da sempre nelle lotte anticapitaliste, nelle lotte sociali, contro la guerra e per la causa palestinese, tentando di servirsi di quest’attacco anche come deterrente per l’intero movimento di lotta.

E’ evidente che questo stato di cose consegue all’indebolirsi dei movimenti di lotta, favorito anche dalle posizioni pacifiste, riformiste e revisioniste egemoni nella Classe e talvolta purtroppo presenti anche nei movimenti. La realtà ha dimostrato, ad esempio sulla questione palestinese, che queste posizioni non hanno permesso la creazione dello Stato di Palestina e il miglioramento delle condizioni di vita del suo popolo. Occorre invece appoggiare le componenti della sinistra palestinese e quelle più radicali e risolute nello scontro con lo Stato sionista, sostenendo inoltre l’Intifada e le lotte dei prigionieri politici dentro le carceri israeliane.

Questo momento chiaramente non va inteso come punto d’arrivo, ma rappresenta un passaggio importante nella prospettiva di dare una continuità alla lotta più generale contro il capitalismo e l’imperialismo.

La solidarietà non si processa

Solidarietà di classe ai cinque compagni!

Contro l’imperialismo e il sionismo!

Abbattere il capitalismo!

Novembre 2020

Collettivo contro la repressione per un Soccorso Rosso Internazionale (CCRSRI)

Dichiarazione di diversi compagni imputati al processo per i fatti accaduti alla manifestazione “Abbattere le frontiere” del 7 maggio 2016 al Brennero.

 

Dichiarazione davanti al tribunale di Bolzano

Ogni giorno il sistema delle frontiere stritola migliaia di persone. Quello che sta succedendo fra Siria e Turchia, fra Turchia e Grecia, nell’arcipelago dell’Egeo, al confine fra Bosnia e Croazia, nei campi di detenzione in Libia, nel Mediterraneo conferma che i muri e la caccia al povero sono il volto del nostro presente. Mentre le merci viaggiano liberamente da una parte all’altra del pianeta, gli esseri umani sono spietatamente suddivisi tra chi può passare i confini e chi no: tra i sommersi e i salvati, per riprendere le parole di Primo Levi. Prima un ordine economico – devastante nella sua logica di guerra e sempre più saccheggiatore di materie prime, ecosistemi e autosufficienza alimentare – apparecchia le condizioni per cui milioni di donne e di uomini sono costretti ad abbandonare le terre in cui sono nati e cresciuti; poi un gigantesco apparato di filo spinato, sorveglianza elettronica e campi di concentramento spinge questa «umanità di scarto» a una terribile corsa ad ostacoli; chi sopravvive alla selezione deve essere allora così stremato e impaurito da accettare qualsiasi condizione di vita e di lavoro nei Paesi in cui approda. E proprio per questo, infine, può venir additato dal razzismo istituzionale e sociale come capro espiatorio a cui addossare ogni colpa.

Quando, a fine 2015, lo Stato austriaco dichiarò la sua intenzione di costruire una barriera anti-immigrati al Brennero, le rimostranze delle istituzioni italiane riguardarono solo ed esclusivamente le ripercussioni negative che quel muro avrebbe avuto sul transito delle merci. Come emblema di un passato che non passa, la conferenza stampa sul progetto della barriera fu tenuta direttamente dalla polizia austriaca e il tutto venne presentato come una mera «soluzione tecnica» di gestione del confine. L’espressione di per sé − «soluzione tecnica» avrebbe dovuto far ribollire il sangue.

Mentre andava in scena il balletto delle dichiarazioni incrociate tra governo austriaco e governo italiano, i controlli delle polizie sui treni OBB avvenivano già in territorio italiano e la «soluzione tecnica» era spostata più a sud. Per mesi chiunque avesse la faccia non-bianca non riusciva nemmeno a salire su quei treni, a Bolzano come a Verona. Il sistema-frontiera, d’altronde, è un dispositivo mobile, tutt’uno con le retate della polizia e con i centri della detenzione amministrativa. (E dovrebbe ben far riflettere il fatto che la stessa «soluzione tecnica» sia stata adottata mesi fa per controllare e respingere i positivi al Covid-19 tra gli autisti e i passeggeri diretti in Austria: i potenziali “infetti”, questa volta, eravamo noi).

Per tutte queste ragioni qualcuno ha bloccato più volte i treni OBB; per questo nei mesi precedenti la manifestazione del 7 maggio 2016 si è insistito da più parti sul concetto «se non passano le persone, non passano le merci»; per questo i discorsi su come far fallire la gestione di quell’abominio chiamato «soluzione tecnica».

Quello che i PM hanno presentato come una sorta di disegno ordito da qualche “capo” ed eseguito da tanti “gregari”, era semplicemente il sentimento che a quell’ingiustizia bisognasse reagire. Gli “onesti cittadini” che oggi non vogliono distinguere ciò che è legale da che è giusto – che si addormentano, cioè, in quell’obbedienza contro cui mettono in guardia le parole di Hannah Arendt («Nessuno ha il diritto di obbedire») che con grande ipocrisia le istituzioni hanno fatto collocare davanti a questo tribunale – ricordano da vicino coloro che si giravano dall’altra parte quando in questo Paese si deportavano gli ebrei e si fucilavano i partigiani.

E ora entriamo nel merito del processo. Il reato di “devastazione e saccheggio” – in quanto tale e ancor più per come è stato interpretato dai PM – deriva direttamente dal codice fascista del 1930. Aveva già fatto la sua comparsa nel 1859 con l’articolo 157 del codice del Regno di Sardegna e nel 1889 con l’articolo 252 del codice Zanardelli. Non solo, in quei casi, si faceva esplicito riferimento alla guerra civile e alla strage, ma le pene previste andavano dai 3 anni ai 15. Con il codice fascista, invece, scompare quella cosetta chiamata guerra civile, mentre la pena base prevista dall’articolo 419 parte da 8 anni. Poi è arrivata la “democrazia nata dalla Resistenza”, si dirà. Infatti. L’articolo è ancora il 419 e le pene previste sono le stesse. Ora, siccome in tal modo si raggiunge l’assurdo giuridico per cui, al suo confronto, si rischia decisamente meno con l’accusa di partecipazione a una “insurrezione armata contro i poteri dello Stato”, quello definito dall’articolo 419 è rimasto a lungo un cosiddetto reato dormiente. Uno dei pochi casi in cui è stato applicato dal 1945 alla fine degli anni Novanta sono stati i moti insurrezionali scoppiati nel 1948 in seguito all’attentato a Togliatti, moti nel corso dei quali in alcune città i partigiani sono scesi in piazza con le mitragliatrici… Oggi la soglia del dissenso accettato si sta talmente abbassando per cui si cerca di applicare – e in alcuni casi ci si è pure riusciti – il reato di “devastazione e saccheggio” a manifestazioni per le quali è addirittura grottesco parlare di “distruzioni di vasta portata”. E così arriviamo alla richiesta, formulata in questa aula qualche mese fa come se fosse una normale lista della spesa, di 338 anni di galera. Il tutto a fronte di un risarcimento danni chiesto dal ministero degli Interni di 8mila euro… Lasciamo poi agli avvocati la questione – in realtà ben più politica che “tecnica” – del modo assai disinvolto con cui si contesta a decine di persone il reato di concorso materiale e morale in resistenza e lesioni in virtù della semplice presenza a quel corteo.

Come emerge dai volantini e dagli altri materiali citati, e persino dai filmati che sono stati ossessivamente mostrati nelle scorse udienze, l’intento di quella manifestazione era bloccare le linee di comunicazione – infatti il corteo è stato caricato da polizia e carabinieri proprio mentre stava deviando verso i binari. “Se alcuni non possono passare il confine, allora non passa niente e nessuno”: certi concetti etici hanno bisogno a volte di una generosa dimostrazione pratica.

Le frontiere uccidono. Per annegamento, per congelamento, per incidenti sui sentieri di montagna o lungo le linee ferroviarie. Oppure direttamente, con il piombo della polizia, come è successo in Grecia grazie alla legittimazione di fatto da parte dell’Unione Europea. Di tutto questo non vogliamo essere complici.

A ciascuno il suo. Per quanto ci riguarda, il senso e lo spirito di quel 7 maggio ce li rivendichiamo a testa alta. Come segno di rabbia contro le mille forme del razzismo di Stato. Come espressione di solidarietà nei confronti di un’umanità braccata. E come gesto di appoggio. Verso i braccianti in lotta nel Sud Italia, verso le donne immigrate che si ribellano alla tratta, verso gli internati in rivolta nei lager della democrazia. Verso chi, ovunque nel mondo, non si scansa né transige, perché ama la libertà di tutte e di tutti al punto di giocarsi la propria.

Non ci atteggiamo a vittime della repressione. Siamo consapevoli di ciò che comporta la nostra posizione a fianco dei dannati di questa terra e contro i piani del potere.

Che il tempo della sottomissione si fermi.

Bolzano, 11 settembre 2020

Agnese Trentin, Roberto Bottamedi, Massimo Passamani, Luca Dolce, Giulio Berdusco, Carlo Casucci, Giulia Perlotto, Christos Tasioulas, Francesco Cianci, Andrea Parolari, Mattia Magagna, Sirio Manfrini, Luca Rassu, Roberto Bonadeo, Marco Desogus, Gianluca Franceschetto, Gregoire Paupin, Claudio Risitano, Guido Paoletti, Daniele Quaranta

Lottiamo insieme – 20 Giugno 2020 Corteo a Milano

Riceviamo e pubblichiamo il volantino che indice il corteo

SOVVERTIAMO LA NORMALITÀ
Finito il lockdown, torna la normalità.
Una normalità, che per molti aspetti non si è mai fermata, fatta di sfruttamento degli esseri umani, dei territori e delle risorse.
Questa è la normalità del sistema capitalistico, che produce cicliche crisi economiche e ha bisogno di continue ristrutturazioni per sopravvivere.
Il risultato e l’obiettivo sono però sempre gli stessi: accumulare con violenza.
La pandemia ha reso ancora più evidente che tutto può essere sacrificato tranne la produzione.
La gestione aziendale della sanità ha comportato continui tagli e privatizzazioni.
Il sistema sanitario è stato smantellato al punto da rendere difficile l’accesso alle cure.
I lavoratori e le lavoratrici sono sempre più sfruttati e sacrificati in nome del profitto, lo smart working crea individui ancor più soli e atomizzati e con sempre minore possibilità di organizzarsi, e la didattica online limita ancor più le concrete possibilità di incontro e crescita collettiva.
Le guerre non si sono mai fermate portando migliaia di persone a muoversi dai loro paesi d’origine, ulteriori finanziamenti agli armamenti ed esercitazioni militari.
Sia nelle città sia nelle campagne i lavoratori e le lavoratrici immigrate vivono in condizioni di schiavitù.
Questa normalità è però interrotta da crepe profonde.
I lavoratori hanno scioperato contro i licenziamenti e la mancanza di tutele sanitarie e scelto di bloccare le merci non indispensabili.
I prigionieri hanno con coraggio deciso di rivoltarsi esasperati dall’aggravamento delle già insostenibili condizioni di oppressione che vivono. Lo Stato ha represso le rivolte nel sangue con pestaggi e violenze, provocando la morte di quattordici persone.
Scioperi e proteste si sono estesi nelle prigioni di tutto il mondo.
Non è casuale che in un contesto acceso come quello delle rivolte, chi si è mostrato solidale è stato duramente represso; un esempio lampante è quanto accaduto con l’operazione “Ritrovo”, l’ultima di una lunga serie.
Il 13 maggio, a Bologna e Milano, sette compagni e compagne anarchici sono stati arrestati e altri cinque sottoposti a misure cautelari. L’accusa è di 270bis: associazione con finalità di terrorismo. Viene imputato loro di aver portato solidarietà ai prigionieri di carceri e CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio) e di aver lottato contro questo sistema capitalistico fatto di controllo tecnologico e sfruttamento.
Questa operazione ha lo scopo, dichiarato dalla procura stessa, di prevenire le tensioni sociali dovute alla crisi economica che accompagna quella sanitaria. Proprio in questo momento crediamo sia importante prendere parola e avere il coraggio di tornare in strada a lottare.

SOLIDALI CON LE RIVOLTE NEGLI USA
NELLA CRISI L’UNICO MODO PER POTER RESPIRARE SARÀ LOTTARE E COSPIRARE INSIEME
CORTEO
SABATO 20 GIUGNO 2020 A MILANO
ORE 16.00
CONCENTRAMENTO PIAZZALE LORETO ANGOLO VIA PADOVA

Il 30/5/2020 sono state/i scarcerate/i tutte/i le/i compagne/i arrestate/i per l’operazione “Ritrovo” il 13/5/2020. Per Stefania, Duccio, Elena, Guido, Martina e Ottavia rimane l’obbligo di dimora con rientro notturno dalle ore 22.00 alle 06.00.

Bologna – 30 maggio 2020 (ore 17.00)
CORTEO DI SOLIDARIETA’

Corteo - Bologna

OP. Prometeo – Aggiornamenti su Natascia dal carcere di Piacenza – 24 maggio 2020

In seguito al decreto sulla fine del lockdown, il carcere di Piacenza ha
attivato nuovamente i colloqui nella forma: solo un’ora al mese, un solo
adulto per volta, distanza di due metri tra detenuta e familiare/amica,
mascherine e, per finire, plexiglass in mezzo e divieto di contatto.
Neppure un abbraccio o un bacio per salutarsi. Comprensibilmente,
Natascia ha preferito scegliere di continuare a vedere familiari e amici
via Skype di tanto in tanto, piuttosto che la farsa del vis à vis a due
metri di distanza attraverso un plexiglass e con il divieto assoluto di
contatto.

Il saluto che compagne, compagni e solidali hanno fatto martedì scorso
fuori dal carcere di Piacenza è stato finalmente sentito anche dalla
sezione dove si trova Natascia, in AS3, dove ci sono le celle più
interne e quindi più lontane rispetto al muro di recinzione del carcere.
Natascia e le altre detenute hanno urlato e provato a rispondere,
sperando di essere riuscite a farsi sentire a loro volta.

Dopo il passaggio della sua sezione da regime aperto a regime chiuso –
ufficialmente come misura per via dell’emergenza sanitaria – il clima è
cambiato. Ormai è chiaro a tutte che la scusa sanitaria altro non era
che una presa in giro e che non hanno alcuna intenzione di ripristinare
il regime aperto, visto che hanno saputo che il resto del carcere è
sempre rimasto a regime aperto.

Elena e Nicole, recentemente arrestate insieme ad altri cinque compagni
e compagne, si trovano anche loro nel carcere di Piacenza, ma sono in
“isolamento sanitario” e quindi le ha solo incrociate. Se pur triste e
arrabbiata per il loro (e gli altri) arresti, non vede l’ora di poterle
incontrare.
Il 27 maggio avrà luogo l’appello al tribunale del riesame, in cui la
difesa chiederà nuovamente la revoca della misura cautelare in carcere
per Natascia.

Nel frattempo, Natascia e Beppe sono in carcere da oltre un anno, in
attesa di processo.
A causa del lockdown, in questi ultimi mesi non c’è stata la possibilità
di organizzare benefit per sostenere economicamente Natascia e Beppe
(così come tutti gli altri compagni e compagne in carcere). Ogni
contributo sarà quindi molto apprezzato. Per darci una mano a sostenere
le spese legali e detentive di Natascia e Beppe potete usare le seguenti
coordinate:

– Postepay evolution
intestata a Vanessa Ferrara
n° 5333 1710 9103 5440
IBAN: IT89U3608105138251086351095

– Postepay evolution
intestata a Ilaria Benedetta Pasini
n° 5333 1710 8931 9699
IBAN: IT43K3608105138213368613377

RICORDIAMO INOLTRE GLI INDIRIZZI PER SCRIVERE A NATASCIA E BEPPE

NATASCIA SAVIO
C/O C.C. SAN LAZZARO
STRADA DELLE NOVATE 65
29122 PIACENZA

GIUSEPPE BRUNA
C/O C.C. DI PAVIA
VIA VIGENTINA 85
27100 PAVIA
LIBERTA’ PER NATASCIA E BEPPE,
LIBERTA’ PER TUTTE E TUTTI!

Aggiornamenti sull’operazione “Ritrovo”

A sostegno delle/dei compagne/i arrestati sono stati indetti i seguenti presidi:

23/5/2020 (ore 15.00) – carcere di Piacenza;
24/5/2020 (ore 17.00) – carceri di Vigevano, Ferrara e Alessandria.

Carcere di Piacenza, 15 maggio 2020

Grazie a tutti voi!
Grazie per il kit di buste e bolli!
Io (Nicole) ed Elena siamo in AS3. Siamo arrivate alle 11.30 circa del 13 Maggio, dopo un primo passaggio in una tenda posta esternamente per misurare la temperatura corporea alle nuove detenute, siamo state messe in isolamento sanitario per 15 giorni (celle singole ma adiacenti). Non possiamo accedere alla palestra e alla biblioteca, dopo che c’eravamo state per 2 giorni, causa emergenza Covid e nostro isolamento. Dopo tale misura non saremo più potenziali veicoli di infezione… dopo una nostra incazzatura ci hanno dato 4 libri e ci stanno preparando il regolamento interno (è dall’ingresso che lo chiediamo)… vedremo.
Abbiamo 2 ore d’aria al dì, da fare separatamente dalle altre sempre per emergenza Covid e quindi le facciamo assieme (con mascherina) alle 12-13 e 15-16.
Come saprete qui c’è anche Natascia che al momento riusciamo a vedere solo di striscio quando attraversiamo il corridoio, ma i suoi sorrisi sono stati e sono fondamentali. Speriamo di poterla abbracciare presto. Oggi abbiamo avuto l’interrogatorio e ci siamo avvalsi della facoltà di non rispondere. Eravamo in videoconferenza insieme a tutti gli altri.
Lunedì vedremo gli avvocati. Di ieri la notizia che dal 19 c.m. al 30/06 riprenderanno i colloqui visivi e saranno mantenuti i colloqui via Skype. Questa operazione (che ci pare aver capito chiamata “RITROVO”?) ha quali capi di imputazione l’ormai noto 270 bis e 270 bis1 (aggravante) per 11 su 12, istigazione a delinquere tramite articoli, volantini e manifesti con l’aggravante dell’uso di strumenti informatici – Tribolo.noblogs.org e la piattaforma roundrobin.info -; danneggiamento di un Bancomat BPER nel corso di una manifestazione non autorizzata il 13/02/2019; imbrattamento e deturpamento con vernice spray su edifici a Modena e Bologna con scritte comparse dal dicembre 2018 ad oggi per tutti. Incendio, per uno degli imputati più altri allo stato da identificare, ai ponti ripetitori delle reti televisive in via Santa Liberata (Bo) nella notte tra il 15 e il 16/12/2018.
Che dire?… “la commissione dei reati – fine […] non è necessaria” (cit. pag.21 ordinanza)… forse l’ennesimo tentativo dopo Outlaw e Mangiafuoco – finite in una bolla d’aria – di chiudere la bocca a chi “odia gli sfruttatori” (cit. pag.20 ordinanza)? E cosa più importante non ne fa un mistero ma lo urla al mondo. L’ordinanza porte il timbro del 6 marzo. Ci chiediamo se questi miseri esseri senza qualità abbiano deciso di rimandare il nostro arresto al 13 Maggio per risparmiarci l’ingresso in carcere nel pieno dell’emergenza Covid19 o se lo abbiano fatto per evitare in quel periodo ulteriori presenze scomode e ribelli nelle gabbie di Stato. La risposta viene da sé. Medici e guardie, fusi in un corpo unico qui come altrove, si rivendicano la loro «scelta di vita». I medici in particolare, incalzati dalle nostre domande provocatorie sul loro ruolo durante la prima visita, hanno fieramente sostenuto di svolgere il loro lavoro per la tutela della salute delle persone in galera.
A conti fatti, visti i morti e i malati di e in carcere, non possiamo che concludere e urlargli in faccia che il loro lavoro lo fanno decisamente male nonché in completa armonia con le guardie.
Non può esistere in luoghi del genere, la tutela della salute delle persone, per ciò che questi luoghi sono e rappresentano. L’unica sicurezza è la libertà per tutte e tutti.

Volevamo ringraziare tutte quelle persone che ci hanno fatto sentire la loro vicinanza con i telegrammi, tanti; forse dall’esterno sembra una sciocchezza ma qui ci hanno scaldato il cuore e lo spirito. Il nostro pensiero va, in primis, a Stefy poiché è l’unica tra noi sola nel carcere di Vigevano e a tutti i nostri amici e compagni di lotta a Ferrara e Alessandria, a quelli raggiunti da obbligo di dimora nel Comune di Bologna e alle compagne e ai compagni fuori che continuano a lottare insieme a noi.

Nicole e Elena

18 maggio 2020

Chi lotta non è mai solo! Sostegno ai compagni colpiti dall’operazione “Ritrovo”

Il 14 maggio un gruppo di compagne/i si è recato sotto le mura del Carcere di Vigevano per portare un saluto solidale a Stefania, arrestata il giorno prima nell’operazione “Ritrovo” che ha portato all’arresto di 7 compagne/i e ad altre 5 misure cautelari.
Il giorno dopo un’iniziativa simile si è ripetuta ad Alessandria, dove un gruppo di compagne/i e solidali si è recato sotto le mura del carcere di San Michele per far sentire il proprio calore a Leo e Zip, nonché a tutti gli altri prigionieri.

Per dare la propria solidarietà anche attraverso il sostegno economico alle compagne/i arrestate/i per l’operazione “Ritrovo” è attivo un conto benefit arrestate/i. I soldi ricevuti verranno utilizzati come cassa di solidarietà alle/ai prigioniere/i e per le spese legali.
IBAN: IT82E0100503246100082077927
bic swift: Bnliitrrxxx – intestato a: Marcello Salvati

La lotta non si ferma!

14 maggio 2020

Solidarietà con le/i compagne/i arrestate/i

Nella notte tra il 12 e il 13 maggio, sono state/i arrestate/i 7 compagne/i anarchiche/ci tra le città di Bologna, Firenze e Milano ed altre/i 5 hanno ricevuto la misura dell’obbligo di dimora e firma a Bologna, con perquisizioni delle loro abitazioni e in particolare dello Spazio di Documentazione “Il Tribolo” di Bologna. I reati contestati sarebbero a vario titolo quelli di associazione con finalità di terrorismo o eversione, istigazione a delinquere, danneggiamento, deturpamento e incendio. L’operazione, denominata “Ritrovo” e condotta dal PM Stefano D’Ambruoso, sarebbe il risultato di un’inchiesta per un attentato che avrebbe avuto luogo nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 2018, ai danni di alcuni ripetitori delle reti televisive nazionali e locali, di apparati di fonia dei ponti radio delle forze di Polizia e antenne di ditte che forniscono servizi di intercettazioni e di sorveglianza audio-video ubicati a Bologna. Inoltre alle/ai compagne/i sono state contestate “azioni di danneggiamento, manifestazioni pubbliche e cortei non organizzati con l’obiettivo di contrastare e impedire l’apertura dei centri permanenti di rimpatrio e la legislazione del Governo sulla gestione dell’immigrazione, violenti scontri con le forze dell’ordine, danni a condomini ed edifici pubblici, con scritte minatorie e offensive nei confronti delle istituzioni dello Stato e delle strutture economiche”.

A queste/i compagne/i colpite/i da l’ennesima operazione poliziesca esprimiamo tutto il nostro sostegno e la solidarietà di classe e militante, constatando che la lotta alla repressione è un aspetto della lotta portata avanti contro l’oppressione e lo sfruttamento capitalisti. Repressione contro la quale bisogna per un verso sviluppare la massima solidarietà nei confronti di tutte/i le/ i compagne/i e proletarie/i che la subiscono, per l’altro continuare a lottare in ogni campo e in una prospettiva rivoluzionaria.

Sostenere le lotte  

A fianco delle/dei compagne/i colpite/i dalla repressione – Costruire la solidarietà

Abbattere il capitalismo!

Per scrivere alle/ai compagne/i

Elena Riva e Nicole Savoia
Str. delle Novate 65
29122 Piacenza

Duccio Cenni e Guido Paoletti
Via Arginone 327
44122 Ferrara

Giuseppe Caprioli e Leonardo Neri
Strada Casale 50/A San Michele
15122 Alessandria

Stefania Carolei
Via Gravellona 240
27029 Vigevano PV)

25 Aprile – Resistere e Lottare, non c’è altra strada

Pubblichiamo un comunicato di compagni Antifascisti e Antifasciste di Milano

“25 aprile 2020 Milano Resistere e lottare per le strade

Oggi 25 aprile, giorno della liberazione dal nazifascismo, alcune compagne e compagni hanno deciso di fare un giro per le vie del quartiere ticinese, dove sono presenti diverse lapidi di partigiani. L’ intento era tenere vivo quello spirito e quelle pratiche di resistenza di cui il presente necessita più che mai.
Durante il giro e davanti alle tre lapidi, sono stati fatti diversi interventi sulla resistenza di ieri e di oggi con applausi e parole solidali che arrivavano dalle persone ai balconi o che camminavano per strada.
Finito il giro, all’altezza di via Torricelli, all’angolo con la circonvallazione, mentre ci dirigevamo verso il naviglio pavese in via Ascanio Sforza,nella zona delle occupazioni, facendo un intervento di chiusura della giornata, sono arrivate quattro camionette della polizia e una dei carabinieri, che celermente sono entrate nella via.
Una ventina di noi sono stati circondati e trattenuti per circa due ore per essere identificati e multati.
Abbiamo sfruttato questo tempo, in cui siamo stati trattenuti, per ricordare le cause della pandemia in corso, creata dal sistema capitalistico in cui sopravviviamo e resistiamo, le condizioni e le rivendicazioni dei detenuti durante le rivolte di marzo, la situazione di chi non ha mai smesso di lavorare e la gestione assassina del governo dell’emergenza Covid-19 e i grandi e irresponsabili errori del sistema sanitario, in particolare quello lombardo.
Dopo poco si sono radunati in zona e dall’altra parte del naviglio diversi solidali, che polizia e carabinieri, a più riprese, hanno tentato di mandare via per non farci comunicare.
E’ stato evidente per l’ennesima volta che digos, polizia e carabinieri hanno difeso con aggressività e nessun tipo di scrupolo gli interessi dello stato e del potere.
Ritornare nelle strade nel giorno della liberazione è stato significativo e importante.
Diamo solidarietà alle nostre compagne e compagni che a nordest di Milano, in Via Padova, sono stati caricati per essere scesi in piazza per il loro giro delle lapidi in quartiere e al compagno che è stato fermato e portato in questura e denunciato per resistenza nel giorno della Resistenza partigiana.

Antifasciste e antifascisti Milano”

24 aprile 2020

Il prigioniero Davide Delogu in sciopero della fame – Solidarietà a tutti i detenuti che lottano!

Pubblichiamo una breve dichiarazione fatta il 24/4/2020 da Davide Delogu sull’inizio del suo sciopero della fame come forma di lotta contro la proroga della censura.

Oltre alla prepotenza carceraria per il totale isolamento, ora ha voluto partecipare all’orgia anche il magistrato di sorveglianza di Palermo, dott.ssa Agnelli, che ha voluto prorogarmi la censura il 22 Aprile quando era scaduta il 18 dello stesso mese, adottando le solite e noiose “motivazioni di sicurezza”. Contro tale prepotenza inizio oggi, 24 Aprile, lo sciopero della fame.

Ricordiamo che Davide è in isolamento dal 29 Febbraio, ovvero dal momento del suo ennesimo trasferimento presso il Pagliarelli di Palermo.

Per scrivergli:
DAVIDE DELOGU
Casa circondariale di PALERMO – Pagliarelli
Piazza Pietro Cerulli, 1
90129 – PALERMO (Palermo)

Pubblichiamo un contributo di alcun* compagn* anarchic* di Lecco sulla situazione legata all’emergenza sanitaria.

8 aprile 2020

COME RENDERE “VISIBILE” UN NEMICO INVISIBILE

Storicamente il potere si è sempre fondato sulla creazione di un nemico comune da combattere, concetto da dare in pasto ai “popoli” al fine di continuare a perpetrare sfruttamento, soggiogamento e cieca ubbidienza all’autorità. Il patriottismo ne è un semplice esempio, come d’altronde ogni nazionalismo. Come è chiaro il fatto che ad ogni guerra, lo stato moderno ha sentito l’esigenza di creare l’immagine del nemico da combattere, fosse esso il ricco ebreo che comanda il mondo o un pericoloso comunista, il nemico capitalista o il più moderno terrorista fondamentalista. Insomma… un nemico comune crea una comunanza d’intenti, una sorta di fronte unico, tra sfruttati e sfruttatori, tra governati e governanti, tra oppressi e oppressori.
Ma a cosa serve realmente? Che dinamiche di potere si nascondono dietro questa falsificazione della realtà? Basta ragionare sull’attualità di oggi: l’italiano che per la guerra al COVID-19 si fa “popolo”.
Davanti ad un nemico invisibile e pericoloso, il potere non ha potuto far altro che creare un nemico visibile, per spingere le persone a farsi “popolo”, facendosi coraggio a vicenda, ed esortarle così con più facilità a sottomettersi, anima e corpo, al Governo e contro il nemico comune: l’UNTORE! Dall’inizio di questa situazione d’emergenza, infatti, ognuno sta vivendo sulla propria pelle gli effetti del clima di caccia alle streghe che si è insinuato tra le persone. Diffidenza, delazione tramite foto o video, infamia tra chi vive la stessa situazione di disagio, aggressività, sottomissione passiva agli ordini sono diventate ormai la prassi.
Per essere funzionali allo stato, non bisogna soffermarsi troppo davanti alle cause più generali della comparsa di questo virus, quali la globalizzazione o la mancanza di difese immunitarie adeguate grazie ad es. all’inquinamento e al malsano stile di vita imposto da questo sistema produttivo; bensì è necessario soprattutto cercare il nemico da combattere in ogni luogo, che può essere una persona che cammina per strada, un viandante su un sentiero o una persona qualunque che non risiede nel quartiere. Perché soffermarsi a pensare a quanti posti letto sono scomparsi dagli ospedali negli ultimi trent’anni…? IO RESTO A CASA!
Perché ragionare sul fatto che solo chi ne ha le possibilità economiche può permettersi di vivere senza uno stipendio…? IO RESTO A CASA! Perché pensare che, visto che c’è l’obbligo di stare a casa, c’è chi una casa non ce l’ha…? IO RESTO A CASA! Basterebbe ragionare un po’ di più per comprendere come non sia una passeggiata nelle strade ad aumentare il contagio, ma tutti ormai sono pronti a denunciare chi non si attiene alle norme emergenziali prese dal governo. Non importa davvero come ridurre le probabilità di contagio, quel che è importante è accettare acriticamente il potere, arrivando a diventare a propria volta dei poliziotti infami. Tutto questo al fine di salvaguardare la “salute pubblica”, ma a che prezzo? In un periodo buio come quello delle leggi razziali davanti alle deportazioni parte del “popolo italiota” rispose chiudendo le imposte delle finestre per non vedere. Oggi, in una situazione simile, invece quasi tutto il “popolo italiota” apre le imposte per vedere se qualcuno non segue alla lettera gli ordini.
Forse, il maggior numero di morti non sarà a causa del virus, ma delle misure liberticide messe in atto palesemente dallo Stato.
Il vero prezzo del contagio, se vorremo sottostare alle leggi imposte, sarà proprio la perdita di se stessi, la perdita della capacità di guardarsi allo specchio, in nome di qualcosa che dovrebbe rappresentarci, lo Stato.
Siete proprio sicuri che ne valga la pena?
D’altronde, c’è un male peggiore del Covid, quello sì difficile da debellare… …una volta assorbito tutto il peggio dell’autorità, avremo ancora una vita che vale la pena di essere vissuta?

Anarchici e anarchiche

appello-ai-cittadini - Lecco

Marzo 2020

Pubblichiamo alcune riflessioni sull’epidemia di Coronavirus dei compagni della Panetteria Occupata

Primi appunti sul Coronavirus

Corsi e ricorsi storici”, così titolava un articolo de “Il Giorno” del 4 marzo 2020, ricordando l’epidemia influenzale che colpì Milano e l’Italia nel dicembre 1969 (1). Penso che pochi di noi ricordino quel lontano episodio forse perché occupati in tutt’altre vicende, come l’autunno caldo, la bomba di Piazza Fontana, l’assassinio di Pinelli. Eppure quel virus influenzale chiamato A2 e ribattezzato anche “Hong Kong 68”, perché proveniente dalla Cina, o “Spaziale” in omaggio ai viaggi lunari, aveva colpito 13 milioni di persone in Italia e causato 5mila morti. Il vaccino per questo virus esisteva, ma non era stato distribuito in Italia, e non risulta che allora vennero prese misure preventive paragonabili a quelle prese nell’occasione odierna. Come si spiega questa differenza? Ritorneremo su questo punto.
La comparsa e la successione in epoca recente di epidemie e pandemie dovute a mutazioni virali, dal virus HIV/AIDS degli anni 80/90 alla SARS del 2003, dall’influenza aviaria del 2013 all’attuale coronavirus Covid 19, ha fatto avanzare diverse ipotesi scientifiche sull’origine di queste mutazioni, tutte comunque riconducibili al tipo di sviluppo distorto generato da un capitalismo selvaggio in fase di declino storico. Alcuni autori hanno chiamato in causa, come fattore favorevole allo sviluppo dei virus e alle loro mutazioni, il sovraffollamento presente nelle grandi megalopoli moderne con decine di milioni di abitanti, altri hanno parlato di un rapporto cambiato fra specie umana e specie animali, a causa degli allevamenti intensivi e della presenza nelle grandi città di volatili che non c’erano prima, dai pipistrelli ai gabbiani. Tutte conseguenze queste di un rapporto alterato fra genere umano e mondo naturale in un’era che gli esperti definiscono come “antropocene”, o, per meglio dire, “capitalocene”. Per non parlare poi dell’inquinamento atmosferico, o, meglio, della presenza nell’aria delle polveri sottili che costituiscono un ottimo veicolo per la diffusione del virus nell’ambiente. Una circostanza questa che potrebbe spiegare la più rapida diffusione del virus in pianura padana rispetto alle regioni del Sud. Tutte ipotesi queste che meriterebbero da parte nostra una maggiore attenzione e approfondimenti ulteriori.
Tuttavia non è possibile in questa sede non rilevare una serie di coincidenze la cui importanza è tutta da chiarire. Nell’aprile 2003 la NATO ha pubblicato un rapporto di 140 pagine denominato “Urban Operations in the Year 2020” (UO 2020). Nel rapporto l’ipotesi di partenza è l’aumento esponenziale della popolazione mondiale entro l’anno 2020 e il contestuale spaventoso aumento dell’urbanizzazione, con il 70% di questa popolazione che vivrà all’interno delle città. Tutto ciò provocherà crescenti tensioni economico-sociali, alle quali si potrà far fronte – secondo il rapporto – solo con una presenza militare massiccia, spesso su periodi di tempo prolungati. D’altro canto, un uso tradizionale dell’esercito magari inviato all’ultimo momento potrebbe essere controproducente e, quindi, per questo motivo nell’UO 2020 si consiglia di iniziare gradualmente ad utilizzare l’esercito in funzione di ordine pubblico all’avvicinarsi della crisi mondiale ipotizzata per il 2020. Ebbene siamo arrivati al 2020 e gli scenari ipotizzati nel rapporto NATO si rivelano forse un tantino esagerati, ma la raccomandazione contenuta nell’ultima parte “sull’esercito in funzione di ordine pubblico”, già operante in Italia da diversi anni, potrebbe subire una accelerazione proprio in occasione dell’emergenza coronavirus, segnando una ulteriore militarizzazione del territorio.
Non abbiamo mai dimostrato una particolare simpatia per le ideologie complottiste, tuttavia esistono una serie di altre coincidenze da rilevare. “La presenza a Wuhan di un biolaboratorio dove scienziati cinesi, in collaborazione con la Francia effettuano studi su virus letali, tra cui alcuni inviati dal Laboratorio canadese di microbiologia. Nel luglio 2015 l’Istituto governativo britannico Pirbright ha brevettato negli USA un “coronavirus attenuato”. Nell’ottobre 2019 il Johns Hopkins Center for Health Security ha effettuato a New York una simulazione di pandemia da coronavirus prevedendo uno scenario che, se si verificasse, provocherebbe 65 milioni di morti” (2). Un mese prima dei Giochi delle Forze armate nella città cinese, si tennero esercitazioni militari per simulare una possibile minaccia batteriologica chiamata “coronavirus”. A quei giochi che si tennero a Wuhan dal 18 al 27 ottobre parteciparono circa 300 atleti provenienti dagli Stati Uniti. Recentemente il 12 marzo il portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino Zhao Lijian ha avanzato il sospetto che il paziente zero sia stato un soldato USA e ha chiesto agli Stati Uniti maggiore “trasparenza” in merito. Naturalmente non esistono prove che fra questi avvenimenti e la pandemia da coronavirus ci sia una precisa relazione di causa-effetto tuttavia è necessario ricordare che la guerra batteriologica è una possibilità prevista nei trattati sulla guerra moderna.
Ma torniamo alla domanda iniziale: come si spiega la differenza nel comportamento dei vari governi in occasione delle altre recenti epidemie e nella attuale epidemia da Covid 19. Il fatto è che questa epidemia è il prodotto di una crisi generale del capitalismo già in corso da tempo e, nello stesso tempo, un fattore di accelerazione di questa crisi. Anche rimanendo nella sola Europa la differenza fra le misure prese dai diversi governi è stata notevole a partire dal caso estremo della Gran Bretagna post Brexit che ha rimandato al massimo le decisioni, forse pensando a una soluzione improntata al “darwinismo sociale” ovvero alla selezione naturale operata dal virus nei confronti dei soggetti più deboli, anziani, soggetti già affetti da altre patologie ecc. Anche le differenze nelle misure adottate dai governi tedesco e italiano nell’emergenza si possono spiegare se consideriamo la loro rispettiva struttura economica. La Germania è un capitalismo forte e concentrato con una potente struttura industriale votata all’esportazione. Mettere in pericolo la produzione di questa grande industria è impossibile e fuori discussione. L’Italia invece è un capitalismo più debole, in cui la grande industria è stata praticamente smantellata e dove esiste una pletora di “classe media”, ristoratori, albergatori, piccoli imprenditori, lavoratori autonomi ecc. Saranno proprio questi a subire gli effetti più devastanti della crisi, molti saranno costretti a chiudere, dando il via a un imponente processo di concentrazione capitalistica, i cui effetti sono, al momento, imprevedibili.
In Italia la situazione è stata resa più pesante dagli ingenti tagli alla sanità operati da tutti i governi negli ultimi decenni e dai finanziamenti accordati alla sanità privata a scapito di quella pubblica, a partire proprio dalle privatizzazioni favorite dalla Regione Lombardia da Formigoni in poi. Mentre, al contrario, nella situazione di emergenza la classe operaia ha riacquistato visibilità, concretezza e forza nel conflitto: gli scioperi che si sono succeduti in diversi stabilimenti hanno chiarito che “gli operai non ci stanno a morire per il profitto”, costringendo il governo a emanare una serie di misure, insufficienti comunque e peraltro non applicate nella maggioranza delle fabbriche.
Ma come andranno le cose quando tutto questo sarà finito? Come già detto ci sarà una accelerazione della crisi già in corso. Qualcuno già parla di “grande recessione” e di ritorno agli anni 30 del 900. Fra giochi di borsa e politiche monetarie espansive i grandi gruppi finanziari troveranno il modo di incrementare la loro ricchezza. Le grandi multinazionali si concentreranno ancora di più per aumentare i loro profitti. La concentrazione capitalistica provocherà il fallimento di tante piccole e medie imprese con il conseguente aumento esponenziale della disoccupazione. Il debito pubblico e privato aumenterà ulteriormente e verranno messe in cantiere opere pubbliche distruttive per l’ambiente, come la TAV o il TAP. Riprenderanno fiato le tendenze “sovraniste” che invocheranno la chiusura dei confini con le relative coreografie patriottarde, anche se è ormai difficile rimettere in discussione la divisione internazionale del lavoro che si è affermata negli ultimi decenni (in Italia non produciamo più neanche le mascherine!). Si imporranno forme di governo autoritarie e decisioniste fino ad invocare la militarizzazione della società. Insomma, per parafrasare uno slogan di moda: NON ANDRA’ TUTTO BENE. Da parte nostra dobbiamo prepararci a dare risposte a una prevedibile radicalizzazione dello scontro sociale e a prospettare una fuoriuscita da un modo di produzione capitalistico sempre più distruttivo e mortifero.

Milano, 25 marzo 2020  Panetteria Occupata

Note:
1) ”Virus dalla Cina”: è la “spaziale” del 1969 di Massimiliano Mingoia in IL GIORNO del 4 marzo 2020 pag.11.
2) Manlio Dinucci – Pandemia del virus della paura – Il Manifesto, 25 febbraio 2020.

Marzo 2020

La lotta paga … anche ai tempi del Coronavirus

Pubblichiamo un contributo da Il Picchetto (www.facebook.com/pg/Ilpicchetto)

Alcune riflessioni sulle mobilitazioni operaie in corso

Questi spunti sono il prodotto dell’esperienza diretta nelle aziende in cui lavoriamo e dell’inchiesta che stiamo portando avanti come gruppo attraverso i nostri contatti. Per quanto parziali, pensiamo possano dare modo di capire e orientarsi all’interno della mobilitazione generale in corso.
La settimana appena trascorsa ha segnato un passaggio importante che non si vedeva da tempo. Un po’ ovunque operai e lavoratrici hanno preso in mano la situazione e con malattie in massa, scioperi, blocchi, rallentamenti della produzione hanno costretto, da un lato, Confindustria e i suoi soci a fare sanificazioni delle aziende, far saltar fuori DPI, chiudere e mettere in parte o tutti in cassa integrazione; dall’altro lato hanno costretto i sindacati confederali ad indire scioperi e coprire gli stessi sino al 25 marzo.
Questo risultato è il prodotto di una situazione che all’interno di molte aziende covava da qualche settimana. Mentre fuori dai cancelli della fabbrica quasi tutto si fermava a causa del Covid 19, all’interno di molte aziende tutto rimaneva inalterato: stessi ritmi, stessa promiscuità, bagni sporchi come sempre, nessun disinfettante, nessuna comunicazione. Come se lo “stato d’emergenza” non varcasse quel confine, oltre al quale, la “normalità” dello sfruttamento fosse garantita.

Cronistoria

Quando lo “stato d’emergenza” è entrato nelle fabbriche, non ha modificato i ritmi o la produzione, ma ha imposto il divieto di assemblee, di sciopero, ha inasprito la regolamentazione delle pause, che sono state diminuite, e ha portato al divieto di formare capannelli alle macchinette. Il Covid 19 colpiva la socialità e l’agibilità degli operai, ma non colpiva la produzione. Colpiva tutta la società ma non la fabbrica. Fuori dovevi abituarti al “distanziamento sociale”, dentro solo quando non riguardava il lavoro vivo, infatti, sulle linee continuavi a lavorare ammassato come sempre.
Tutti gli operai hanno seguito le dirette notturne di Conte come fossero le finali dei mondiali e tutti si aspettavano ad ogni decreto ministeriale la chiusura delle fabbriche. Ogni volta il cerchio si stringeva: prima la sospensione delle lezioni, poi le zone rosse con le 14 province, poi tutta l’Italia zona rossa, poi tutto (o quasi) chiuso tranne alimentari, farmacie, edicole, tabacchini e determinati negozi come i rivenditori di elettrodomestici.
Ogni uscita dell’”avvocato del popolo” sembrava dovesse annunciare l’unica verità che nelle fabbriche gli operai aspettavano: il blocco delle produzioni non essenziali. Ma questa non veniva. Ad ogni uscita disattesa di Conte nelle chat di Whatsapp e il giorno dopo in fabbrica si discuteva di quanto fosse allucinante questa situazione, di quanto l’azienda se ne sbattesse e di quanto gli operai, per l’ennesima volta, dovessero fare la parte delle bestie da macello.
Come se non bastasse Confindustria dice chiaramente: “le aziende non devono chiudere!”. Con queste parole Boccia apre una sfida che non può non essere raccolta. Da un lato noi, che vorremmo le aziende chiuse, a sudare sulle macchine e sulle linee, mentre il resto d’Italia è chiusa per pandemia, e dall’altra lor signori, che dai loro uffici dorati ci dicono che dobbiamo lavorare. Nella notte di mercoledì Conte ratifica nero su bianco le direttive dei confindustriali.
Già da martedì gli operai di Pomigliano avevano battuto un colpo con uno sciopero selvaggio e i lavoratori dei magazzini della logistica stavano dando un esempio formidabile come sempre.
Giovedì tra i lavoratori l’amaro in bocca si trasforma in rabbia e in rifiuto di mediazioni. Prima si prova con le buone, si va dai vari RSU e RLS a cercare di capire cosa vogliono fare, ma le direttive dei loro funzionari sono ambigue, bisogna aspettare che forse il governo chiuderà le aziende e forse metterà sul piatto soldi per la cassa integrazione. Ma di aspettare non se ne può più. Nelle aziende con delegati pronti e svegli si chiama immediatamente lo sciopero e il blocco, nelle altre invece si assiste a episodi di varia entità: colleghi che prendono e vanno a casa senza dir nulla, si organizzano malattie di massa, si rallenta la produzione, si formano capannelli nei quali si discute per capire come muoversi con o senza il sindacato, poco importa, bisogna chiudere la fabbrica punto.
La situazione sfugge così tanto di mano che i sindacati confederali danno il via libera all’agitazione e alla mobilitazione. Su Facebook e nei gruppi Whatsapp è un continuo postare o condividere notizie di fabbriche in sciopero, articoli di aziende che si fermano e di blocchi. Questo provoca un effetto a valanga che coinvolge anche le realtà di medie e piccole dimensioni.
Il venerdì per Confindustria è un’ecatombe, la sua parola d’ordine “tutto aperto” si è scontrata con quella operaia “tutto chiuso” e ad averla spuntata, almeno parzialmente, siamo noi. Nel weekend la Fiom fa la parte del sindacato di lotta pubblicando liste di fabbriche chiuse. Poco importa se fino a pochi giorni prima dava direttive opposte.
Il governo, misurati i rapporti di forza messi in campo dalle proteste, coinvolge i confederali nella legittimazione del diktat di Confindustria: approva un decreto di 13 punti tra governo e parti sociali nel quale, da un lato, si certifica il continuo della produzione e, dall’altro lato, inserisce una serie di misure da adottare per garantire la salute. Troppo poco rispetto a quello per il quale stiamo lottando. Anzi, il decreto approvato, con l’obiettivo di buttare acqua sul fuoco delle mobilitazioni, introduce nuove libertà per il padronato, come l’utilizzo unilaterale del telelavoro o l’accesso sempre unilaterale alla cassa integrazione, derogando quindi al confronto con la Rsu. Il protocollo firmato è da rispedire al mittente.

Bilancio

Per quanto venga fatto un decreto che autorizza le aziende a tener aperto, il dato materiale è che gli operai hanno chiuso le fabbriche o le stanno chiudendo. Per Confindustria il punto era capitalizzare un rapporto di forza nel quale si diceva che dentro le aziende comandano loro e fanno ciò che vogliono e quando vogliono. Questa operazione è fallita. La mobilitazione operaia ha costretto tantissimi padroni a chiudere in fretta e furia, a far sì che lo “stato d’emergenza” varcasse il confine della fabbrica. In questi giorni sono in corso sanificazioni e richieste continue di cassa integrazione di tutti i lavoratori o in alcuni casi di solo una parte. Le produzioni sono al minimo. Tante aziende di fronte al protocollo appena approvato, che comunque mette dei paletti ad una presunta “autoregolamentazione” sbandierata da Boccia, preferiscono chiudere piuttosto che avventurarsi nell’impresa di rispettarlo.
Abbiamo vinto? No. Troppe aziende sono ancora aperte e governo e padroni devono garantire che non si perda un euro di salario e un posto di lavoro a causa dell’emergenza.
Abbiamo perso? No. Perchè dal punto di vista dei rapporti di forza generali la classe operaia ha battuto un colpo forte che ha costretto i padroni a una vistosa marcia indietro e i suoi lacchè confederali a rincorrerli per non perdere legittimità e autorevolezza.

Rilancio

La strada percorsa dal gatto selvaggio nelle fabbriche non è ascrivibile solo ad un discorso di salute e sicurezza nei posti di lavoro. Sicuramente la paura di contrarre il Covid 19 ha generato una certa emergenzialità della situazione, per cui in qualche misura valeva tutto, nessuno poteva dirsi contrario a fermare la produzione.
Non parliamo solo di salute e sicurezza però: le parole di Confindustria hanno gettato benzina su una prateria pronta a prendere fuoco e il ruolo del governo Conte, passato da “avvocato del popolo” ad “avvocato dei padroni” hanno innescato la situazione. Tra gli operai si è reso chiaro come lo stato difenda gli interessi padronali, i loro profitti, contro le nostre vite. I sindacati erano così occupati a difendere il governo dagli assalti di Salvini, a prendere parte a questo coretto di responsabili, di “siamo tutti sulla stessa barca”, di “l’Italia chiamò”, che si sono trovati a rincorrere un gatto selvaggio, che correva agile tra linee e officine smontando e rovinando quel triste siparietto.
La partita è più aperta che mai. Nel breve termine l’obiettivo di massima è chiudere tutto, rispedendo al mittente il protocollo firmato dov’è possibile, proseguendo lo stato di agitazione. Bisogna sottolineare che quanto firmato dai confederali punta a legare le mani a Rsu e Rls obbligandoli di fatto a prender parte a dei comitati, con Rspp e capetti vari, finalizzati a concordare le condizioni per la ripresa della produzione. La partita si gioca quindi sui rapporti di forza concreti fabbrica per fabbrica. L’obiettivo secondo noi è in ogni caso quello di vendere cara la pelle o puntando a rendere così stringente l’applicazione del protocollo da risultare onerosa e impossibile da praticare per i padroni o quantomeno premere con ogni mezzo per un’applicazione che metta come principale la salute sui profitti. Fermo restando che ad oggi il ricorso alla malattia, organizzata collettivamente, risulta essere lo strumento più in uso per boicottare la produzione, dobbiamo puntare a rilanciare lo sciopero nelle sue varie forme e costruire momenti di confronto per rafforzare la coesione e il dibattito interno.
Inoltre, mobilitiamoci affinché non si perda un euro e un posto di lavoro a causa dell’emergenza. Non dobbiamo pagare noi la crisi con le nostre ferie, dobbiamo pretendere che i padroni mettano di tasca propria quello che lo stato non paga, come la parte mancante di salario nel caso della cassa integrazione.
Inoltre, questa battaglia va vista in prospettiva. Il Covid 19 ha messo a nudo e ha accelerato una crisi profonda già in essere all’interno del sistema capitalista. Prima o poi lo “stato d’emergenza” finirà, soprattutto fuori dai cancelli, riapriranno le scuole, i bar, i negozi, ecc. Ma dentro i cancelli e non solo, chi pagherà e come la cassa integrazione? Quali saranno le politiche di lacrime e sangue che cercheranno di farci ingoiare per il salato conto di deficit che stanno facendo? Riusciranno a convincerci che bisogna fare i sacrifici per responsabilità verso l’Italia? Chi pagherà la crisi?
Queste sono le domande alle quali da ora dobbiamo iniziare a rispondere cercando di curare e far crescere quel gatto selvaggio che sta girando nelle fabbriche, aiutandolo a prendere coscienza della propria forza e affilando gli artigli per questa e le prossime battaglie.

Pubblichiamo i seguenti due testi relativi alla dichiarata emergenza sanitaria (tratti dal sito roundrobin.info)

Marzo 2020

#IOSTOACASA?

Stare a casa. Prevenire il contagio. Certo è saggio, ma non è per tutti.
Non abbiamo tutti le stesse possibilità: c’è chi è costretto ad andare a lavorare, chi se “sceglie” di stare a casa finisce i soldi, chi è recluso, chi una casa non ce l’ha (e per questo viene multato come successo a Milano).
Ci dicono che il problema sono i furbetti e gli irresponsabili che non si attengono alle prescrizioni, ci invitano alla “delazione per il bene comune” se vediamo sgarrare qualcuno.
E intanto i bus di chi va a lavorare sotto un padrone sono pieni, fabbriche, i magazzini ed i call-center lavorano.
Ospedali e strutture sanitarie sono stipate di persone costrette a lavorare senza le dovute cautele.
Lavorare ammassati si può, protestare chiedendo di stare a casa o dispositivi di protezione no (vedi i fermi dei lavoratori in sciopero a Campogalliano il 13/3/20).
Addossare la responsabilità sul singolo è quantomeno ipocrita.
Viviamo in una società che ha sempre anteposto il profitto a tutto, anche alla salute (Ilva, Marghera, Quirra, “terre dei fuochi” ecc…).
Mai come ora se non si hanno le stesse possibilità di tutelarsi, di fatto, nessuno le ha davvero.
Le lotte degli ultimi nei luoghi di lavoro, come nelle carceri sono lotte di chi rifiuta di essere sacrificato in quanto vita di serie B sull’altare dell’ordine costituito.
Se le loro lotte non avranno, tramite il nostro appoggio la forza di mettere in discussione il privilegio di poter scegliere, a pagare il conto della disuguaglianza capitalista saremo tutti.
CHE LA PAURA NON CI IMPEDISCA DI METTERE A FUOCO LA SITUAZIONE!

 

Marzo 2020

L’insurrezione ai tempi del corona vairus

Alla fine l’evento destabilizzante, quello che avrebbe bloccato il sistema capitalista, è arrivato.
E, come immaginavamo, la causa non sono le azioni di qualche groppuscolo di rivoluzionar, né un territorio, una popolazione in rivolta. L’evento nasce nel corpo capitalista e, all’interno di esso, con la stessa velocità con la quale un virus si diffonde all’interno di un corpo organico, si sta diffondendo, bloccandone varie funzioni.
Per questo in una delle tante appendici, quella chiamata italia, da martedì 10 marzo viene richiesta una nuova prova di obbedienza. Dimenticandosi di menzionare le reali cause di quella che è ormai una pandemia vengono imposti nuovi divieti, nuove limitazioni alle già limitate libertà individuali.
Uscire di casa non è più possibile se non per acquistare cibo, dato che ormai da tempo è stata tolta ai più la possibilità di auto-produrselo.
Barricarsi tra le quattro mura retweettando #iorestoacasa è la triste proposta alla quale si ritrovano costretti i bravi cittadini italioti.
E così come il dramma ecologico può essere evitato facendo la differenziata e acquistando macchine elettriche allo stesso modo la diffusione del corona vairus può essere bloccata costringendo le persone a non uscire più di casa.
Il sistema capitalista scarica le proprie responsabilità sulle spalle dei sudditi e, come la medicina moderna, interviene sul sintomo, non sulla patologia.
Un evento tutto umano, troppo umano
Tutti, o quasi, si dimenticano di ricordare che se il virus è potuto saltare da -tralasciando le tesi complottiste che, sebbene avvincenti, non cambiano la sostanza delle cose- un sorbetto di pipistrello fino alla gola di qualcuno è perché i cambiamenti climatici provocati dagli umani, rendono più adatti a certi micro-organismi ambienti prima ostili.
Si dimenticano di ricordare che si è diffuso così rapidamente per l’eccezionale concentrazione di manodopera che sono le città, pressati in milioni, sebbene distanti l’un l’altra.
Per la folle corsa che porta umani e merci -tra le quali vengono considerati anche i miliardi di esseri viventi destinati all’alimentazione umana e parte degli umani stessi- da un lato all’altro del mondo.
Ogni giorno, fino a poche settimane fa, volavano in media più di 12 milioni di persone, 4,5 miliardi
l’anno [1], potenziali vettori di un qualsiasi virus. Il corona è quello del momento.
E così la retorica dei fascisti e dell’attuale classe dirigente mondiale si smonta, le frontiere chiuse per chi non ha soldi e documenti e aperte per chi invece li ha sono le stesse che hanno permesso la diffusione del virus in giro per il mondo.
Veloce e comodo in business class.. aperitivo di benvenuto? Corona virus o Sars?
Come ti reagisce lo stato
Tutta la penisola -e a breve l’europa- viene militarizzata, sorgono nuove frontiere, posti di blocco presidiati da divise armate. La circolazione delle merci ha subito un forte crollo, quella, da sempre meno libera, delle persone è quasi stata arrestata.
Tutti a casa obbedienti al divieto, nella paura di essere contagiati o di diffondere il virus.
O semplicemente di essere puniti.
Chi non ha una casa, chi non ha i documenti richiesti dal dominio, è per la sua sola esistenza, fuorilegge. Non potendo più passare inosservato nelle città deserte, ritrovandosi alla mercé della sbirraglia senza occhi che possano vedere se non quelli, in questi casi ciechi, del controllo.
Lo stato d’emergenza permette misure eccezionali, misure emergenziali per un maggiore controllo sociale. Le misure, come accaduto per esempio con quelle adottate in tutto l’occidente per la ‘lotta al terrorismo’, diventeranno permanenti.
C’è chi propone di replicare il modello applicato in sud corea e far fronte all’epidemia tracciando gli spostamenti delle persone tramite i big data.
Deresponsabilizzando sempre di più gli individui perché non dovrebbero rendere costante il tracciamento -non solo dai giganti del tech, ma pure da parte dello stato- di tutti i cittadini con la scusa della salute pubblica o pubblica sicurezza? O meglio, entrambe? Scrosci di applausi dalle platee del dibattito pubblico.
Allo stesso modo proibire gli assembramenti per un supposto valore più alto, quello della salute pubblica, potrebbe porre fine ai movimenti di massa che negli ultimi mesi hanno messo in tutto il mondo in discussione l’attuale organizzazione sociale.
Così se le rivolte di hong kong si sono esaurite per il virus e quella cilena viene ricondotta verso orizzonti costituenti e riformisti, cosa di meglio per lo stato d’oltralpe di misure eccezionali per ‘contenere l’epidemia’ e dare una botta definitiva all’incontrollabile -anche se dalle rivendicazioni tendenzialmente riformiste- movimento dei gilet gialli?
Come si re-inventa il capitalismo
L’organizzazione capitalista, se supererà questo periodo, potrebbe approfittare dell’emergenza per traghettare tutti nella quarta rivoluzione industriale. Cercare di disincentivare le attività svolte fuori casa, la socialità e le aggregazioni -e con questo le possibilità di incontro, confronto, organizzazione, rivolta.. ci riferiamo ancora alle rivolte che hanno scosso i governanti del mondo solamente nell’ultimo anno.
Privilegiare invece la sola socialità e aggregazione virtuale -c’è già chi definisce ‘concerti’ i live streaming- il consumo online, la costruzione di ambienti sempre più su misura e meno rischiosi, portando progressivamente le persone ad essere incapaci di affrontare situazioni di conflitto reale che non possano essere risolte dalla semplice disconnessione.
Passando dal locale al globale qualche economista più lungimirante, prospetta negli anni a venire possibili ristrutturazioni del capitalismo, un serio ridimensionamento della globalizzazione e dei mercati finanziari. Ci attendono forse economie più locali e meno interconnesse, catene produttive più corte, continenti che mireranno ad una sorta di autarchia, frontiere ancora più chiuse.
Assieme alle minori interdipendenze maggiori possibilità di conflitto, perché se la mia economia non dipende più dalla tua e non sei più tu a produrre i componenti dei miei missili perché dovrei evitare di farti la guerra se sfiori i miei interessi?
Quanto ci vorrà a passare da una ‘guerra convenzionale’ alla madre di tutte le guerre, quella nucleare? Quella che in poche ore, come un domino, farebbe decine di milioni di morti? [2]
Ora sì che vediamo la liberazione del pianeta dal parassita umano più vicina..
Cosa fare? Alcune ipotesi sul futuro
Sebbene largamente previste, un’epidemia del genere ci coglie impreparate per la velocità e il rapido stravolgimento del nostro quotidiano.
Dobbiamo quindi capire cosa fare ora, che agibilità ci permetterà la militarizzazione del paese e cosa aspettarci dal futuro, cercando di prevederlo.
Nell’immediato la prima cosa che dobbiamo fare è comunicare, non isolarci. Alimentare la discussione attorno all’emergenza, confrontarsi, far girare testi e proposte, critiche. E poi cercare di condividere le situazioni nelle varie città, nei vari territori. Segnalare i posti di blocco, le forme di controllo applicate, in quante rispettano o meno i divieti. Avere un’idea più chiara del quadro generale potrà renderci più agevole spostarci, incontrarci, confrontarci, agire.
Consapevoli che i nostri spostamenti potranno causare nuovi contagi, anche di persone che non vorremmo contagiate. Ognun decida se agire per il contagio e, forse, l’estinzione -che non avverrà certo entro l’anno- o per altro. Ciò che è sicuro è che la necessità di mascherarsi apre nuove possibilità di anonimato, con buona pace dei cultori dell’immagine e dell’identificazione. Ci procureremo quindi maschere, dalle integrali in giù per poter agire in situazioni pubbliche, coperti e serene.
Poi sicuramente sostenere chi si sta opponendo alle nuove restrizioni. Per ora le persone recluse nei luoghi dove quasi tutte le libertà individuali sono negate, le carceri. Secondo i dati diffusi dai media in 6000 si sono ribellati in pochi giorni, dal nord al sud, qualcuno, sfiorato il linciaggio di una direttrice, è riuscito ad evadere.
È tra i prigionieri che si contano le prime morti violente di questo periodo d’eccezione.
Un periodo che verosimilmente potrebbe durare un paio di mesi, ma che se, come dice qualche governante, il 60-70% delle persone verrà infettata dal virus, potrebbe durare molto di più.
Un lungo periodo di quarantene, mobilità limitata, controlli, divieti d’aggregazione, ecc.
Certi divieti potranno essere allentati con nuove imposizioni: tute, mascherine e simili. Questo non basterà ad un ritorno alla normalità, semmai all’evidenza che viviamo in un periodo pre-apocalisse.
L’economia attuale, almeno per come la conosciamo, difficilmente potrà sopportare un lungo periodo di emergenza e stagnazione.
Dopo pochi giorni già assistiamo al record negativo della borsa di milano, a scioperi spontanei e non mediati dai sindacati, ai blocchi dei porti, alle rivolte di cui sopra, a diffuse infrazioni dei divieti.
Tra qualche settimana i beni di prima necessità, il cibo, potrebbero iniziare a scarseggiare.
Così persone con un ritrovato tempo da dedicare all’inusuale attività del pensare potrebbero decidere di indirizzare la loro rabbia verso chi è causa della loro fame, della loro reclusione: questo mondo e i suoi servitori più fedeli.
E le rivolte di ogni periodo storico ci dimostrano che le arrabbiate, i rivoltosi, sanno sempre cosa colpire.
Aspettare dunque che le situazioni precipitino e cercare di dare il nostro contributo rivoluzionario agli sbotti d’ira, le eventuali esasperazioni, proteste, saccheggi, rivolte.
Noi siamo abbastanza sicure che basterà aspettare..
Le impazienti potrebbero però sentire forte il desiderio di dare un immediato contributo al barcollar -precedente al crollo?- dell’attuale sistema.
Così qualcun vorrà forse dare un ulteriore colpo al claudicante sistema produttivo tagliandogli gli approvvigionamenti energetici. Togliendo corrente a quel sistema che uccide, incatenando alla produzione miliardi di persone, e devasta i territori nei quali si sviluppa per produrre merce della quale abbisognano l’economia e il controllo, non noi.
Qualcun’altra magari deciderà di attaccare il sistema infrastrutturale, lo stesso che ha permesso al virus -e ai suoi sicuri successori [3]- di muoversi ad una tale velocità. Certo potrebbero ritardare gli approvvigionamenti alle varie città, ma non abbiamo scelto noi di slegare totalmente la produzione alimentare dai territori nei quali verrà poi consumato quel cibo.
Qualcuno di particolarmente fantasioso potrebbe invece attaccare obbiettivi originali, in questo mondo anche colpendo alla cieca, non si sbaglia -quasi- mai. E chissà se attaccando per esempio le tabaccherie, impedendo la soddisfazione di certe dipendenze, non possa finalmente esplodere la rivolta dei tabagisti e dei giocatori del lotto?
Ci aspetta un futuro di contagiosa fantasia ribelle.
Dalle stanze alle piazze
Ciò che dovremmo fare, sia che l’emergenza duri poche settimane, sia che si prolunghi, sarà evadere la quarantena, riprenderci l’aria, le strade, le piazze, i territori nei quali viviamo. Andando oltre lo slogan, significa ritornare a vivere fuori dai luoghi chiusi, abitudine che in tanti forse faticheranno a ri-acquisire, abituati alla sicurezza delle mura del proprio lazzaretto. Bisognerà scardinare la legittima paura e diffidenza che nasce in questi giorni ad ogni incontro, all’avvicinarsi troppo all’altro.
Ma possiamo immaginarci che l’apertura -o prima, la forzatura- delle gabbie della quarantena, soprattutto se la durata sarà consistente, riporterà le persone a riversarsi con fragore all’aperto.
Senza, per forza di cose, la volontà di tornare alla vita precedente, ma con quella di ritornare, con fragore appunto, nelle piazze, nelle strade, nei parchi. I luoghi dove sono scoppiati gli eventi insurrezionali cileni, come ogni altro momento insurrezionale della storia.
Ritornare e affermare con la parola e l’azione il rifiuto totale di un mondo che si basa sulla dominazione dell’altro -che sia natura, animale, umano- e quindi sullo sterminio, sulle devastazioni ambientali, sulla guerra, sul patriarcato, sul lavoro salariato e su tante altre merdate che distruggeremo.
Il rifiuto di vivere in un mondo che per sua natura favorisce la diffusione di simili epidemie e che ha infettato tutt o quasi, di lavoro. Costrizione che, oltre a far dedicare intere vite all’arricchimento e al mantenimento del potere di chi comanda, uccide sistematicamente, ogni giorno [4].
E quindi abbandonare il lavoro per la propagazione degli scioperi spontanei.
Ritornare nelle piazze e nelle strade per superare quel momento di eccezionalità che si danno spesso le rivolte contemporanee, che raggiungono altissimi momenti di conflittualità mancando però l’obiettivo di divenire permanenti.
È questo, secondo noi, il maggior limite e una delle principali cause dei fallimenti a lungo termine delle rivolte e delle insurrezioni dell’ultimo periodo.
Questa assieme all’abbaglio dato dalle proposte di assemblee costituenti, l’abbassare il tiro riducendo l’orizzonte da quello rivoluzionario a quello della riforma e del rafforzamento dell’attuale sistema.
Ripercorrendo la storia contemporanea, possiamo notare come le piazze siano state più volte i luoghi nei quali tentava di nascere una cultura altra, figlia dei secoli che la precedevano certo, ma non solo blanda alternativa di quella capitalista.
È invece la blanda alternativa che spesso, purtroppo, riproponiamo nei luoghi che viviamo.
Ma possiamo far di meglio..
In una costante ridiscussione del sé e del noi, delle nostre relazioni. Un’esplorazione fatta di fantasia, curiosità, autocritica, per decostruire la cultura del dominio in favore di qualcosa di nuovo.
Cosicché negli spazi aperti, che per natura allontanano settarismo ed identitarismo, ogni categoria, ogni identità si dissolva finalmente tra i rivoltosi e i loro fuochi.
Perché l’imprevedibile e l’eccezionale diventino il nostro quotidiano.
Un finale che vivremo
Che questo sia l’inizio della fine, o solamente un ulteriore aggravio della crisi ancora non possiamo saperlo. Quello che è certo è che questa pandemia lascerà una cicatrice indelebile nelle vite e nell’immaginario di ognun. Oltre che nel sistema stesso. Quel che è certo è che l’idea che questo sia ‘il migliore dei mondi possibili’ non potrà che abbandonare anche i più ostinati difensori del capitalismo. Se non altro quelli in buona fede.
E così, se le fondamenta ideologiche vacillano, il sistema economico crolla e le devastazioni compiute ri-schiaffano in faccia al capitale le sue responsabilità, qualcun inizia ad intravedere il tramonto dell’antropocene.
A quella visione miliardi di esseri viventi si risollevano, percependo la possibilità di un avvenire di libertà.
Davanti a noi l’inesplorato, l’ignoto. Si tratta di scegliere di abbandonare le proprie certezze per esplorare le infinite possibilità che ci aspettano. Le esploreremo con un brivido, con l’esaltazione della scoperta, della vista del totalmente nuovo.
E lo faremo con gioia
dai margini dell’abisso, verso un’alba di rivolta e liberazione
[1] I dati sui passeggeri volanti nel 2019 https://www.iata.org/en/iata-repository/publications/economic-reports/airline-industry-economic-performance—december-2019—report/
[2] Secondo uno studio una guerra atomica tra nato e russia provocherebbe in 5 ore 34 milioni di morti https://www.vanguardngr.com/2019/09/research-how-a-war-between-us-and-russia-would-kill-34-million-in-hours/
[3] L’epidemia di ebola che ha causato più di 11000 morti dal 2013 al 2016 nell’africa centrale non si è riuscita a diffondere nel resto del mondo solo perché il flusso di persone da e per i paesi a capitalismo meno avanzato è molto inferiore rispetto al flusso tra i paesi a capitalismo avanzato, o dominante. Ma viste le attuali condizioni è molto probabile che altre epidemie si diffonderanno in futuro.
[4] Solo nello stivale nel 2019 sono morte in media 3 persone al giorno per un totale di 1089 persone. Non abbiamo trovato dati mondiali, ma saranno nell’ordine delle centinaia, se non migliaia di persone al giorno. https://www.vegaengineering.com/dati-osservatorio/allegati/Statistiche-morti-lavoro-Osservatorio-sicurezza-lavoro-Vega-Engineering-31-12-19.pdf

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Febbraio 2020

Contro il sionismo – Contro l’imperialismo

Pubblichiamo il comunicato degli imputati per incitamento all’odio razziale riguardante la contestazione della brigata ebraica alla manifestazione del 25 Aprile 2018 a Milano.

La storia non si inganna

Il 10 marzo 2020 inizia il processo che ci vede imputati per incitamento all’odio razziale. L’imputazione riguarda la contestazione da parte di centinaia di persone nei confronti della presenza delle bandiere israeliane alla manifestazione del 25 Aprile 2018 a Milano.
Tra queste centinaia di persone il grande impegno della DIGOS e della Procura della Repubblica del Tribunale di Milano ha selezionato noi per dare corpo ad un’operazione repressiva che ha il chiaro obiettivo di falsificare la storia equiparando l’antisionismo all’antisemitismo, l’opposizione alla politica genocida di Israele nei confronti del popolo palestinese e guerrafondaia in tutto il Medio Oriente con l’antisemitismo nazifascista che portò ai campi di sterminio, in cui oltre all’Olocausto degli ebrei furono massacrati più di un milione di Rom e migliaia di gay, comunisti, socialisti e antinazisti.
In primo luogo noi denunciamo l’assurda provocazione di essere accusati di razzismo, equiparandoci così agli attuali nazistelli antisemiti nonché grandi elettori del fascio-leghista Salvini, rivendichiamo inoltre la contestazione della presenza delle bandiere sioniste alla manifestazione del 25 Aprile come atto di solidarietà attiva alla lotta del popolo palestinese, che da quasi un secolo resiste alla feroce progressione dell’invasione e occupazione della loro terra. Aggressione colonialista che attraverso innumerevoli massacri, deportazioni e discriminazioni persegue il progetto di istituzione di uno stato confessionale ebraico in Palestina, uno stato costituzionalmente, esso sì, razzista.
Tra gli innumerevoli massacri perpetrati dai sionisti ci basta ricordare quello Deir Yassin, villaggio palestinese inerme attaccato e distrutto il 9 aprile del 1948, vero atto costitutivo dell’entità statale sionista cui seguì pochi giorni dopo la proclamazione formale dello Stato d’Israele, mentre per i palestinesi ha inizio la Nakba, cioè l’esodo forzato della popolazione. Nel massacro di Deir Yassin secondo il rappresentante della Croce Rossa Internazionale furono contati 254 morti palestinesi trucidati casa per casa, tra cui 145 donne di cui 35 incinte. Responsabili del massacro furono le organizzazioni sioniste dell’Irgun, capeggiata dal futuro Premier israeliano e Premio Nobel per la pace Menachem Begin, e la Banda Stern, mai perseguite per questo. D’altronde le pulsioni terroristiche dei sionisti sono ampiamente documentate e si erano già espresse anche nell’attentato contro il King David Hotel di Gerusalemme del 22 luglio 1946 ad opera dell’Irgun, che causò la morte di 91 persone tra cui decine di militari inglesi.
Il 30 marzo 2018 un coordinamento di organismi di base palestinesi ha dato il via alla “Marcia del Ritorno” per rivendicare il diritto dei palestinesi a ritornare nelle loro terre e gli abitanti della striscia di Gaza ad uscire dal campo di concentramento in cui sono condannati a vita. La risposta israeliana ha prodotto centinaia di omicidi perpetrati dai cecchini sionisti che hanno colpito indiscriminatamente donne, bambini e personale medico ai confini della Striscia.
È in questo contesto storico ed attuale che si colloca la contestazione per la quale siamo provocatoriamente accusati di “incitamento all’odio razziale”. L’equiparazione tra antisionismo e antisemitismo è un progetto che parte da lontano: da sempre cavallo di battaglia dei sionisti ha visto tra i suoi capofila in Italia l’ex presidente Giorgio Napolitano e il grumo sionista che alligna nella cosiddetta sinistra, ben rappresentato dall’esponente PD Emanuele Fiano. Il fatto che recentemente sul carro dei fautori dell’equiparazione sia saltato anche Salvini e la sua Lega fa chiarezza…alla fine i veri razzisti si trovano dalla stessa parte della barricata.
La barricata di chi va alla guerra e per questo appoggia la super colonia israeliana, testa di ponte strategica USA-occidentale in Medio Oriente, che dalla sua esistenza ha condotto guerre contro tutti i suoi confinanti. Linea guerrafondaia ben rappresentata dall’Amministrazione Trump che ha dichiarato Gerusalemme capitale dello Stato confessionale ebraico e che si concretizza nell’attualità con reiterati bombardamenti e omicidi mirati in Siria, Libano, Iraq e Iran al di fuori di qualsiasi legittimità.
Per questo anche in ricordo di tutti gli ebrei caduti nella lotta di Resistenza contro il nazifascismo siamo risolutamente antisionisti come lo sono molteplici prese di posizione di ebrei in tutto il mondo.
Per contrastare questa provocatoria montatura e rilanciare la solidarietà al popolo palestinese invitiamo tutti al presidio davanti al Tribunale di Milano il 10 marzo alle ore 09.00.

Palestina libera!
Contro le guerre imperialiste libertà ai popoli!

Tutti gli imputati

Gennaio 2020

Milano: l’Università sgombera – La polizia scheda gli studenti

Michele dell’Assemblea di Scienze Politiche di Milano ci racconta dei fatti avvenuti a pochi metri dalla sede di SciPol martedì 14 gennaio. Durante quella giornata un corteo aveva attraversato i luoghi più frequentati della facoltà in risposta agli sgomberi avvenuti sotto le festività natalizie, che hanno prodotto, tra le altre, la chiusura delle aule di socialità e studio dell’ex polo di calcolo, occupate dalla stessa assemblea lo scorso novembre. Dopo una prima parte in università gli studenti sono scesi in strada per dirigersi verso la vicina facoltà di Storia e Filosofia dove era prevista un’assemblea. Destinazione mai raggiunta, in quanto dopo pochi metri il corteo è stato immobilizzato per più di un’ora da agenti della celere e della Digos. I manifestanti sono stati schiacciati contro un muro e lasciati “liberi” di tornare sui loro passi solo dopo essere stati tutti schedati.

Per ascoltare l’intervista digita il link seguente:
http://www.radiazione.info/2020/01/milano-luniversita-sgombera-e-la-polizia-scheda-gli-studenti/

19/11/2019

L’Assemblea di Scienze Politiche occupa – Nuovo spazio per gli studenti in Università a Milano  

Pubblichiamo il comunicato dell’Assemblea di Scienze politiche

“non chiediamo la luna … NUOVO SPAZIO PER GLI STUDENTI!

Oggi, come studenti dell’assemblea di scienze politiche abbiamo aperto l’ex polo di calcolo, uno spazio abbandonato da anni, accanto all’aula 10.
Tramite l’occupazione siamo riusciti a riprendere uno spazio per noi studenti tenuto dall’università chiuso a marcire, e che ora invece è a disposizione di tutti. Per noi la pratica dell’occupazione è l’unica soluzione efficace per riuscire a dare una risposta alla mancanza di spazi, un problema col quale tutti noi ci scontriamo quotidianamente.
Organizzarsi tra studenti senza chiedere il permesso ad un’università che ti costringe a mangiare sulle scale o studiare sulle panchine o nei corridoi, per noi significa lottare concretamente contro un sistema che toglie anziché dare. Questo modo di gestire l’università pubblica come un’azienda, dove la laurea diventa una merce che noi studenti dobbiamo pagare a caro prezzo, trasforma questo posto in un esamificio: gli unici spazi garantiti sono le aule in cui facciamo lezione, mentre tutte le esigenze che noi studenti abbiamo dovendo passare intere giornate in università (aule studio, mensa, spazi di socialità) sono un lusso che ti puoi concedere se paghi o se sei fortunato a trovare posto.
Contrapporre l’autorganizzazione e il protagonismo studentesco alla delega è necessario, innanzitutto perché questa è un mero teatrino (i rappresentanti degli studenti sono 2 su 13), di cui abbiamo già visto gli esiti, e nei pochi casi in cui funziona va a legittimare e rafforzare quelli stessi che ci tagliano il diritto allo studio. Inoltre la rappresentanza ci depotenzia nella misura in cui vincola le possibili conquiste al volere di chi te le concede: non è una vittoria ma una concessione dall’alto che può esserti tolta in qualsiasi momento.
Quest’occupazione infatti non è la fine ma una tappa del nostro percorso: è un mezzo per darci spazi in cui organizzarci e riuscire a mettere in luce le contraddizioni dell’istituzione universitaria. L’aprire uno spazio a tutti quanti è una necessità politica: avere la possibilità di rimanere in università, permette a chi più viene colpito da questo sistema (fuorisede, pendolari, studenti lavoratori) di lottare contro di esso.
Per questo motivo riprendiamo i progetti di autogestione che portavamo avanti prima dello sgombero, come Libreremo-condivisione gratuita di libri in pdf, un’aula studio e un microonde a disposizione di tutti. Questi progetti non devono essere servizi-tappabuchi da parte di alcuni studenti per altri, ma una pratica collettiva che dimostri che l’organizzazione dal basso funziona.
Vogliamo che questo spazio sia l’espressione delle lotte dell’assemblea e non un contenitore vuoto, per far si che esso sia davvero una risposta concreta ai bisogni materiali di noi studenti, invitiamo tutti a prendere parte attiva alla sua gestione!

NON CHIEDIAMO LA LUNA, CI PRENDIAMO LO SPAZIO!

Invitiamo tutte e tutti a partecipare alla prima assemblea allo Spazio, giovedì 21 alle 12:00″

SOSTEGNO AI COMPAGNI DEL COMITATO AUTONOMO ABITANTI BARONA

Pubblichiamo qui di seguito il comunicato dei compagni della Barona

“ATTACCO POLITICO AL COMITATO AUTONOMO ABITANTI BARONA

Il giorno 30 ottobre 2019 la digos della questura di Milano ha eseguito 5 notifiche con annesse 5 ordinanze cautelari di allontanamento dal comune di milano, per 5 abitanti appartenenti al comitato autonomo abitanti barona, che da 5 anni lotta in quartiere e con realtà simili sul tema del problema abitativo e della speculazione che avviene sistematicamente nelle nostre città.
La digos di Milano ha ordito un attacco giuridico-politico, sulla base di un fatto avvenuto, a distanza di un anno, alla Baronata, dove per violenza di genere è stata allontanata una persona dalla comunità resistente e quindi dalle assemblee, oltre che invitata a non partecipare più alle iniziative dello spazio.
Questa persona, il giorno dopo l’assemblea che decise il suo allontanamento, tornò per pretendere di rimanere, e due compagni che in quel momento erano alla Baronata per tenere le lezioni della scuola d’italiano, si trovarono costrette ad invitarlo a ritornare in un momento assembleare data l’attività in corso.
Mentre uno dei due compagni parlava, ricevette un pugno dritto alla gola da questa persona, che gli tolse il fiato per alcuni secondi; approfittando dello spaesamento la suddetta persona afferrò una cazzuola che sferrò su un altro compagno, lasciandogli una cicatrice sul volto, ancora oggi ben visibile; alla fine, a fatica si riuscì ad allontanarla.
La persona allontanata si recò in ospedale, nonostante fosse lui l’aggressore oltre che l’illeso; lì venne raggiunta dalla polizia, che, come abbiamo visto, avrebbe preso con molto interesse la denuncia della persona, invitandola anche a recarsi in un secondo momento in questura, per integrare la denuncia precedentemente fatta che oggi ci è stata consegnata per i seguenti capi d’imputazione:
“ 110. 629 1° e 2° e, in relazione all’articolo 628 c.3 n.1, c.p.
61 n 2, 110. 582, 585 c.p.”
che in verbo corrispondono a: concorso, violenza e minacce, estorsione, rapina, danneggiamento con profitto e violenza con aggravanti.
Le modalità di perquisizione, sequestro e consegna delle notifiche sono avvenute con modalità che ricordano operazioni contro le peggiori organizzazioni criminali; infatti già dalle 7.00 del mattino digos e polizia hanno cercato di sfondare le porte dei 5 appartenenti riuscendoci solo con una, entrando da sceriffi con le pistole in mostra, sequestrando immediatamente i cellulari che i compagni stavano utilizzando per avvertire amici e compagni di quanto stava succedendo.
A questo punto sono iniziate invasive perquisizioni di tutti gli appartamenti, terminate con il sequestro di cellulari, computer, chiavette usb, materiale politico informativo, agende personali e appunti delle assemblee. Al termine gli agenti hanno consegnato dei divieti di dimora con obbligo di firma a tutti i 5 compagne/i, immediatamente esecutivi.
La questura di Milano, ricostruendo struttura e ruoli fantomatici del comitato della Barona, mette sotto indagine i compagni/e con misure cautelari che li costringono ad allontanarsi dal comune di Milano.
L’azione repressiva avvenuta quest’oggi esprime una chiara volontà di fermare chi tutti i giorni lotta per un’ alternativa dignitosa al di là della mercificazione che questa città impone come modello unico di vita, senza lasciare spazi alla solidarietà e all’organizzazione dal basso.
Episodi come questo sono purtroppo noti e sempre più frequenti:
a Padova, Piacenza, Milano, Cosenza e su tutto il territorio nazionale, avvengono tentativi di fermare le lotte colpendo le persone e dipingendole come organizzatrici di crimini.
Come Comitato Autonomo Abitanti Barona, rifiutiamo ogni singola accusa e la rispediamo al mittente: occupare case per soldi è una pratica mafiosa, che specula sui problemi delle persone, e la combattiamo ogni giorno. Lasciare case vuote e gente in strada è una strategia attuata per il lucro di palazzinari e istituzioni. La repressione non può intimidirci: a ogni attacco corrisponderà un rafforzamento!
Ci vediamo questa sera, mercoledì 30 ottobre alle 21:00, presso la Baronata, viale Faenza 12/7, per l’assemblea di coordinamento dei comitati: verranno dati ulteriori aggiornamenti. Inoltre invitiamo tutt* alla presentazione del nuovo sito antirepressivo, Amargi.blog, che avverrà domani pomeriggio, 31 ottobre, alle 17:30 allo spazio GTA, via Lelio Basso 7. Chiediamo poi una solidarietà concreta per i compagni colpiti: invitiamo chiunque possa ospitarli in un comune esterno alla provincia di milano a contattarci o a venire ad uno degli appuntamenti sopra riportati.

SE CHI LOTTA E’ UN DELINQUENTE, SIAMO TUTT* CRIMINALI!”

23/10/2019 – Presidio a Milano sotto il Consolato francese in sostegno di Georges Abdallah, Ahmad Sa’adat e Vincenzo Vecchi 

CON LA RESISTENZA DEI POPOLI IN LOTTA!
“Non una singola casa sarà costruita in una colonia sionista come prezzo per la mia libertà”, così si esprime Ahmad Sa’adat, Segretario Generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina dal profondo di una prigione sionista dal 15 gennaio 2002.
Noi crediamo che ci siano combattenti che mettono al primo posto la liberazione del proprio popolo alla propria personale liberazione. Uno di questi è certamente il compagno Georges Ibrahim Abdallah, detenuto in Francia dal 25 ottobre 1984 mentre poteva essere liberato già dal 1999, ma viene tenuto ostaggio con la dichiarata complicità di Usa e Israele. Anche Georges è un combattente per la causa palestinese, anche lui ha militato nel FPLP e successivamente nelle FARL (Frazioni Armate Rivoluzionarie Libanesi).I reazionari imperialisti e sionisti non gli perdonano che anche in carcere continua la sua lotta a fianco dei tanti rivoluzionari prigionieri che nel mondo lottano contro la tortura dell’isolamento e contribuisce al dibattito per lo sviluppo della lotta antimperialista e per la causa palestinese.
La Francia colonialista, di comune accordo con CIA e Mossad, lo tiene prigioniero oltre la
condanna.
La Francia è coerente nel mantenere la collaborazione con chi reprime a prescindere, infatti ha anche arrestato il compagno Vincenzo Vecchi, la cui “colpa” è stata quella di aver partecipato alla grande mobilitazione contro il vertice G8 di Genova 2001, alla altrettanto rilevante manifestazione antifascista di Milano del marzo 2006 e di essersi poi reso latitante per sottrarsi alla detenzione a seguito delle pesanti condanne subite.
La Francia anche oggi non smentisce il ruolo reazionario sia all’interno, reprimendo con grande violenza i lavoratori e i cittadini che scendono in piazza per rispondere alla crisi che li ha resi più poveri, sia all’esterno mantenendo fermo il ruolo colonialista nei paesi africani, ritenuti da sempre mercati da depredare, e nei paesi arabi, a fianco di USA e sionisti.
Oggi siamo qui per esprimere la nostra solidarietà a Georges, Vincenzo, Ahmad e tutti i prigionieri nelle carceri sioniste e imperialiste in ogni parte del mondo. Crediamo che non ci sia sostegno alla resistenza dei popoli senza appoggio ai suoi prigionieri.
Per questo oggi, 23 ottobre 2019, siamo in piazza per dire che vogliamo Georges, Vincenzo, Ahmad liberi subito!

A sostegno dell’Intifada palestinese, con la Resistenza di tutti i popoli in lotta!

Fronte Palestina – dalla solidarietà alla lotta Internazionalista   http://www.frontepalestina.com

Collettivo contro la Repressione per un Soccorso Rosso Internazionale

Lettera di Vincenzo Vecchi dal carcere di Rennes

30 agosto 2019

Ciao, questa è una lettera aperta…
Mi chiamo Vincenzo Vecchi, dal 2012 sono ricercato in Italia a causa di una condanna del tribunale di Genova e di Milano, l’una del 2006 e l’altra del 2001, sotto due mandati di arresto europeo.
Mi hanno arrestato i poliziotti della squadra speciale ed è stato il loro capitano che mi ha detto di essere piuttosto soddisfatto di questa operazione tra gli organi di polizia di due paesi europei. Struttura di cui, ha detto il capitano, la collaborazione è evidentemente sempre più rodata. “E’ l’Interpol che finanzia…” mi ha detto lui in tono confidenziale… capitano io non credo che ci sia nulla di nuovo in questo…conosco bene com’è la collaborazione nelle “operazioni di polizia” ed è proprio per questo che non voglio essere consegnato [ndr all’Italia].
“La Francia è meglio dell’Italia?” … giusto per fare un po’ di chiarezza, a me non interessa esprimere una preferenza tra le prigioni di un paese e di un altro, d’altronde ho già espresso il mio punto di vista sulle prigioni (e sui paesi che ne sono lo specchio, come diceva giustamente qualcuno) più o meno democratiche, a grandi linee è questa la ragione per cui ho già fatto della prigione.
Cooperano tra di loro su degli argomenti come la “regolamentazione”, l’accoglienza, la circolazione degli individui sul suolo europeo (argomento che mi tocca in prima persona), sono in grado di partorire degli accordi mostruosi come “Frontex”… danno delle direttive che come risultato fanno aggiungere ogni giorno alle cifre già macabre altri barconi affondati con il loro “carico di poveri”. Se si vuole restare con i piedi per terra, non sono l’esito di questa cooperazione, le operazioni alle frontiere della Libia o della Tunisia dove, manu militari, si respingono quei poveri a casa loro (concentrandoli di passaggio in campi)? Io questa la chiamo guerra.
Ecco dunque perché non voglio essere consegnato, è per questo che non voglio ritrovarmi a essere il risultato di una buona (co)operazione di polizia portata avanti da due stati alleati in tempi di guerra… anche se ho ancora possibilità, dato che ho ancora i piedi asciutti… avrei voluto dire tutto ciò al capitano, avrei voluto dirgli che io sono contro questa guerra… ma era troppo impegnato a farsi selfie su selfie con i colleghi della squadra speciale… e la porta della prigione si è aperta davanti a noi…
(tradotta dal francese)

Nessuno sgombero fermerà la lotta!

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Pubblichiamo un articolo dei compagni del Centro Popolare Occupato Gramigna sullo sgombero da loro subito il 6/10/2019.

“L’ERBA CATTIVA NON MUORE MAI!

SGOMBERO del NEO-NATO C.P.O. GRAMIGNA

Questa mattina, 6 ottobre, ci siamo svegliati con una brutta notizia: la questura ha deciso di chiudere nuovamente l’ex torrefazione Vescovi, lo stabile che da poche settimane aveva ripreso vita come Centro Popolare Occupato Gramigna. Domenica mattina: un giorno in cui solitamente non attuano sgomberi o azioni repressive, ed invece oggi di fronte al C.P.O. è appostato un dispiegamento di forze del (dis)ordine che blinda l’edificio. Hanno subito tolto qualsiasi striscione o bandiera dalle finestre, e prontamente montato inferriate per impedire che lo spazio torni ad essere aperto e vissuto. Chiuso e abbandonato era, e così vogliono che torni ad essere.
Dal primo giorno di occupazione i giornali si sono accaniti nei nostri confronti dandoci dei delinquenti, perché avevamo deciso di violare quella sacra proprietà privata, tanto cara a chi deve speculare sugli immobili e, paradossalmente, gli conviene tenerli chiusi a marcire. Come abbiamo già avuto modo di dire, le accuse sono infamanti perché gli unici stabili che negli anni abbiamo deciso di riaprire, non sono di certo appartamenti o case di chi, con tanto lavoro e sacrificio, è riuscito a comprarsi un immobile. Assistiamo piuttosto ad una rapina da parte di banche, assicurazioni o enti pubblici ai danni dei proletari che, per morosità incolpevole o perdita del posto di lavoro, si trovano ad essere sfrattati o a vedere i propri umili beni pignorati. Al loro fianco ci siamo schierati da sempre, anche fisicamente, affinché non perdessero un tetto e, con esso, la possibilità di una vita dignitosa. Le nostre azioni si rivolgono ad un altro tipo di proprietà, pubblica o privata che sia. Ci riferiamo alle decine e decine di stabili di cui la nostra città è costellata, abbandonati e lasciati a marcire per anni per speculazione o disinteresse.
Constatiamo che la repressione avanza inesorabile, con governi di destra o di sinistra, con giunte leghiste o di coalizioni, che siano stabili privati o pubblici, la risposta è sempre la stessa: chiudere e blindare luoghi che potrebbero mettere in discussione lo stato di cose attuali. Non poco tempo fa infatti è stato sgomberato uno stabile di proprietà dell’Ater, mentre oggi hanno chiuso il Gramigna con il pretesto di voler costruire altri ristoranti o fast food. Fa sorridere la tempestività di trovare una nuova funzione commerciale allo stabile della famiglia Vescovi, guarda caso solo dopo che questo è stato occupato, mentre già da anni su di esso era calato il silenzio.
Il quartiere Palestro, luogo dove avevamo deciso di mandare avanti la nostra attività politica, ha bisogno di tutto fuorché ulteriori catene alimentari. La ”riqualificazione” di una zona popolare è in atto da numerosi anni, abbiamo visto progressivamente chiudere piccoli negozi, sfrattare famiglie in difficoltà economica, sgomberare luoghi di aggregazione come l’InfoSpazio ChinaTown e far partire aste con maxi complessi, accessibili solo per chi ha un grosso capitale da investire. Considerando che è una zona limitrofa alle mura del centro, in tempi non molto lunghi pioveranno fior fior di quattrini per la cittadella universitaria e il nuovo Leroy Merlin (che modificherà la viabilità di una delle arterie principali di Padova), l’interesse nel privatizzare e speculare sugli immobili del rione è molto alto.
Dal canto nostro con questa occupazione volevamo dar vita ad un luogo che fosse veramente a disposizione degli abitanti e delle loro necessità. In poco tempo sono partiti i progetti del cineforum, del doposcuola e della ludoteca (per i più piccoli), affiancati da sala prove e concerti per i giovani gruppi musicali che altrimenti non potrebbero affrontare economicamente le spese necessarie. Vari artisti ci hanno chiesto la disponibilità per suonare, esporre e utilizzare le numerose stanze vuote per concretizzare le idee. Un luogo dove i giovani, e meno giovani, si possano organizzare contro un sistema che ci affama e non ci da prospettive per il futuro. L’avere occupato proprio questo posto, di fronte alle mura del centro cittadino, vuol dire mettere a nudo una realtà già esistente nel nostro paese: quella di chi lotta.
Fino a che uno spazio di opposizione al sistema rimane relegato nell’estrema periferia, magari in un luogo isolato, rappresenta un problema relativo. Nel momento in cui, invece, un messaggio di cambiamento reale (non quello dei vari governi gialli, verdi, “rossi” o blu) è così visibile da tutti può incrinare la già scarsissima credibilità del sistema vigente. Rigettiamo l’accusa di delinquenti e la rimandiamo a chi sfratta, sgombera e specula, mentre ci sono centinaia di alloggi popolari vuoti. Rimandiamo l’accusa ai padroni che non mettono in sicurezza le fabbriche e fanno morire i lavoratori o li affamano con contratti sempre più parcellizzati e precari; agli enti pubblici che lasciano famiglie senza casa, anziani senza assistenza e malati senza cure per le continue privatizzazioni; agli imperialisti che usano il mondo come uno scacchiere personale da cui trarre profitto, impoverendo, opprimendo e distruggendo i popoli; a tutti coloro che hanno varato le varie riforme della scuola pubblica, che di anno in anno, è riuscita a far inserire i privati nella dirigenza scolastica, a far diventare gli studenti manovalanza gratuita sfruttata e a portare avanti un lavoro certosino di revisionismo della storia; ai responsabili delle riforme dell’università, ormai troppo costosa per essere alla portata di tutti e con vari corsi di studi canalizzati da interessi di mercato, strategici o militari; alle forze del (dis)ordine che difendono il cosiddetto “ordine pubblico” ovvero gli interessi dei padroni, manganellando, sfrattando e arrestando chi lotta; ai nuovi squadristi di Casa Pound e Forza Nuova che, al servizio dei padroni, fomentano l’odio e la guerra fra poveri.
Non saranno le quattro mura blindate a fermare la nostra voglia di cambiare il mondo, ci ritroverete presto nelle strade di Padova e in un nuovo spazio!

L’erba cattiva non muore mai!!!

C.P.O. Gramigna”

 

 

 

Tutti in piazza per sostenere il compagno Vincenzo Vecchi e tutti coloro che lottano contro il capitalismo

SOLIDARIETA’ AL COMPAGNO VINCENZO VECCHI
TUTTI IN PIAZZA IL 25/9/2019 (ore 19.00 – Darsena di Milano)

L’arresto in Francia di Vincenzo Vecchi (per circa sette anni irreperibile dallo stato italiano) l’8 agosto 2019 per i fatti legati al G8 di Genova del 2001 e alla manifestazione antifascista di Milano dell’11 marzo 2006 contro la presenza in piazza dei fascisti di Fiamma Tricolore evidenzia, ancora una volta, come la macchina repressiva statale mette sempre in campo tutte le sue forze per colpire tutti/e i/le compagni/e che si pongono con la loro lotta su un terreno di radicale antagonismo antisistema.
Questo viene confermato dai fatti accaduti in tutti questi anni e lo vediamo tutti i giorni , ad esempio, con le massicce operazioni repressive che hanno colpito i compagni/e in questi mesi; operazioni “Scintilla”, “Renata”, “Prometeo” che hanno portato in carcere decine di compagni/e, sottoposti poi a isolamento , censura e altre pesanti condizioni.
Ed è del 20 settembre, l’ennesimo attacco contro le mobilitazioni seguite all’infame sgombero dell’Asilo Occupato di Torino, nel quale sono stati arrestati 3 compagni, sono stati disposti 11 divieti di dimora e 17 perquisizioni, in Piemonte, Lombardia, Sardegna e altre regioni.
Queste politiche repressive non avvengono solo in Italia, ma riferendosi al solo contesto europeo sono continue le operazioni di polizia contro gli spazi occupati ad Atene, contro il movimento anarchico nel quartiere di Exarchia, a Berlino contro le occupazioni di Rigaer strasse e Liebig strasse e ad Amburgo. Senza dimenticare che in Francia, seppure su un piano diverso, in un anno di mobilitazioni dei Gilet Gialli, sono state arrestate migliaia di manifestanti di cui alcune centinaia ancora in carcere. Così come durante i vertici internazionali dei paesi imperialisti, la repressione attacca pesantemente chi si organizza e lotta per contestarli. Dal G8 del 2001 di Genova e a questo proposito vogliamo ricordare il compagno Carlo Giuliani ucciso dai carabinieri il 20 luglio, al G20 del 2017 di Amburgo, durante il quale lo stato tedesco, in risposta alle migliaia di compagni/e che attaccavano gli sbirri e i simboli delle istituzioni e del capitalismo, ha incriminato centinaia di manifestanti, condannando a pene detentive decine di compagni/e. Ancora oggi, dopo più di due anni dal G20, continuano le indagini, gli arresti, i processi.
Di tutto questo non ci stupiamo, né scandalizziamo: la repressione è strutturale nelle democrazie imperialiste, per perpetuare lo sfruttamento e l’oppressione.
MA CONTRO LA REPRESSIONE NON SI ARRETRA!
D’altro canto la grande mobilitazione di solidarietà e lotta sviluppatasi in Francia e Italia dal giorno dell’arresto di Vincenzo sottolinea la necessità e l’importanza di ricompattarsi attorno a questi compagni e compagne colpiti dalla repressione, non solo per dare un sostegno immediato e materiale, ma soprattutto per rivendicare la giustezza delle lotte condotte con pratiche conflittuali rispetto allo stato al fine di rilanciarle in un’ottica rivoluzionaria.
Allo stesso modo bisogna sostenere tutti i rivoluzionari prigionieri che con la loro resistenza in carcere difendono la propria identità rivoluzionaria, diventando così una forza per i compagni che oggi fuori lottano contro il capitalismo.

No all’estradizione di Vincenzo! Libertà per Vincenzo!
Trasformare ogni attacco repressivo in una risposta di solidarietà e lotta!
Solidarietà a tutti i rivoluzionari prigionieri nel mondo!
Onore a tutti i compagni/e caduti lottando contro l’imperialismo!
Abbattere il capitalismo!

Collettivo Contro la Repressione per un Soccorso Rosso Internazionale (CCRSRI)

 

La chiusura di spazi occupati non fermerà la lotta

Ad agosto è stato sgomberato, all’Università statale di Milano, lo spazio occupato del Collettivo di Scienze Politiche.
In tutti questi anni questo spazio è stato un punto di riferimento per gli studenti di Scienze Politiche e non solo. Il collettivo di Scienze Politiche con la sua attività politica ha sviluppato la critica all’Università, denunciandone la funzione al servizio del Capitale. Ma non si è limitato a questo: ha avuto la capacità di uscire dall’ambito studentesco/universitario, impegnandosi su tematiche come le riforme del mercato del lavoro, evidenziandone il carattere antioperaio e antiproletario, la guerra imperialista, la lotta del popolo palestinese e, non ultimo, il collettivo ha in più occasioni supportato la campagna a sostegno del rivoluzionario prigioniero libanese Georges Abdallah, in carcere in Francia da quasi 35 anni.

Sempre a fianco dei compagni del Collettivo di Scienze Politiche !
Gli sgomberi non fermeranno la lotta !
Costruire la solidarietà di classe – Abbattere il capitalismo!

5/9/2019

Collettivo contro la repressione per un Soccorso Rosso Internazionale (CCRSRI)

 

 

Chi lotta non è mai solo. Vincenzo libero subito!

In vista dell’udienza che si terrà il 23/8/2019 presso il tribunale di Rennes per decidere sull’estradizione del compagno Vincenzo Vecchi, arrestato l’8/8/2019 in Francia mentre era latitante da circa sette anni, a seguito di una condanna in Italia in via definitiva per i fatti relativi al G8 di Genova 2001 e a una manifestazione antifascista del marzo 2006 a Milano, una prima risposta concreta in Italia è stata data a Milano il 22/8 con un corteo di oltre 100 compagni/e che dalla Stazione Centrale ha raggiunto il consolato francese, nonostante l’ingente schieramento di celere e digos che ripetutamente hanno tentato di impedire la prosecuzione della manifestazione. Il corteo è stato molto determinato, sono stati scanditi slogan e fatti interventi per la liberazione di Vincenzo, contro la sua estradizione e contro gli sbirri. Infine i compagni sono entrati all’interno della Stazione Centrale e in modo combattivo hanno continuato a rivendicare la liberazione di Vincenzo e di tutti i prigionieri nelle carceri. A conclusione della manifestazione gli sbirri hanno continuato a provocare, accennando una carica, a cui i compagni hanno saputo rispondere in maniera ferma. Questo è solo l’inizio di una serie di mobilitazioni che proseguiranno nelle prossime settimane.

No all’estradizione di Vincenzo!

Contro la repressione la lotta continua.

Pubblichiamo qui sotto un comunicato di alcuni compagni di Saronno

VINCE LIBERO!

Luglio 2001 – Agosto 2019.

Da Genova a Saint Gravé dans le Morbhian.
Con l’arresto di Vincenzo, lo Stato chiude il cerchio – il suo cerchio – sul g8 di Genova. Tutti i condannati sono stati rintracciati e imprigionati. A diciotto anni dai giorni di Genova, undici anni da scontare. Se si considera la latitanza una scelta, ma pur sempre una scelta imposta da contingenze repressive, si arriva a ventisette anni di vita. Lo Stato dimostra di avere parecchia memoria, poca fretta e tentacoli globali.
Oggi più che mai.
Oggi, nel tempo in cui siamo più schiavi che mai del capitalismo e della globalizzazione, parole rimosse dal discorso collettivo. Oggi, in cui lo Stato-nazione ha sempre meno ragion d’esistere in funzione di uno Stato-mondo onnipresente e onnisciente (si veda in particolare la caccia all’uomo globale, dal caso Battisti a quest’ultimo di Vincenzo). Oggi, in cui i politici traggono sempre più consenso e potere nell’innalzare muri contro i dannati della terra depredati e saccheggiati.
Il g8 di Genova rimane un grosso rimosso della memoria collettiva, e non può non addossarsene grande carico la sinistra, coi suoi discorsi di recupero istituzionale delle spinte contro la globalizzazione. Lo vediamo ancora oggi: la guerra tra capitalismo fossile e green economy.
Nient’altro che la stessa “evoluzione” che ci venne propinata col digitale: grande risparmio di carta, più alberi, più rapidità, più sostenibilità.
Stronzate.
E’ alla radice il male, e si chiama capitale. Chiamarlo in altro modo non fa che annacquare le armi della critica.
Che prospettiva credete ci possa essere tra 30 anni? Non c’è nemmeno bisogno di leggere gli allarmanti articoli sulla catastrofe climatica. Se oggi siamo 7milia rdi e mezzo abbondanti a vivere sulla Terra, è verosimile credere che entro il 2050 si sfioreranno i 10miliardi.
E se già oggi siamo in una condizione di povertà dilagante (salvo i padroni del mondo e i loro adepti), con megalopoli concentrazionarie in cui il benessere è diviso dalla povertà da un filo spinato, va da sé che la prospettiva – nonché la necessità primaria dell’ordine costituito – è quello di asservire, di disinnescare ogni sentimento radicale di cambiamento. E in questo arriva a supporto una standardizzazione di usi, costumi e sentimenti che ha davvero dell’inverosimile. Un recente testo di Bonanno sottolineava come la crescente abilità dell’Intelligenza Artificiale è abbinata a una decrescente abilità umana, con un doppio avvicinamente che consentirà in brevissimo alla macchina di riprodurre l’umano. D’altronde ogni foto sui social, ogni captcha, ogni indicazione che forniamo, non fa altro che aumentare la precisione della repressione. Chi non la avverte tale è semplicemente perché pur girando a destra e a manca nel mondo rimane nel recinto, oltre – cosa essenziale – ad avere il giusto passaporto in tasca (sul turismo come oppio dei popoli, un’altra volta).
Ad aumentare il disgusto, ma anche a dare la tara dei tempi, l’ultimo bollettino del Viminale, con cui il governo rivendica l’aumento degli arresti degli anarchici del 180%, da 14 a 39 arresti rispetto l’anno precedente.
Si aggiungano anche le insistenti notizie di pianeti abitabili a distanze al momento irraggiungibili, ma che lasciano intravedere quella che sembra essere la prospettiva del capitale e del potere: spremere lo spremibile, come sempre, per sempre e ovunque.
E allora? E allora difendere Vincenzo, difendere la rivolta del luglio del 2001 a Genova, affilare le armi. Lo scontro sociale in questi anni di mancanza di offensiva e radicalità sta correndo i 100 metri alla velocità di Bolt, in direzione di sfruttamento, controllo, tristezza, distruzione e abbrutimento.
Mala tempora currunt, sed peiora parantur.

Saronno, 21 agosto ‘19

 

Solidarietà al compagno Vincenzo Vecchi e a tutti i rivoluzionari prigionieri

Pubblichiamo due comunicati in sostegno del compagno anarchico Vincenzo Vecchi, firmati rispettivamente da “Alcune compagne dell’autodifesa femminista” e dal “Centro di documentazione anarchico L’Arrotino” di Lecco.

“Mi ONORO DI AVER PARTECIPATO DA UOMO LIBERO A UNA GIORNATA
DI CONTESTAZIONE CONTRO UN’ECONOMIA CAPITALISTA”
VINCE

Genova: luglio 2001 – agosto 2019 CONTRO IL SISTEMA CAPITALISTA
SEMPRE UNA SCELTA PARTIGIANA, DETERMINATA E CORAGGIOSA

Nel luglio 2001 a Genova si svolse il summit del G8. Un vertice di potenti, che segnava ancor più nettamente la strada verso una concentrazione a livello mondiale di poteri economici e politici. La cosiddetta globalizzazione che divideva il mondo sempre più tra ricchi e poveri, affamando le popolazioni di interi continenti, marginalizzando strati crescenti di popolazione all’interno dei singoli paesi e precarizzando ogni forma di lavoro. Tutto in nome del profitto e dell’accumulazione capitalistica, che prevede sempre una violenza contro chi deve essere oppresso, sfruttato e sradicato dalle proprie terre e le proprie origini. A questo si sono opposte, con determinazione, migliaia di persone, alcune delle quali finite nelle maglie della repressione e accusate di devastazione e saccheggio. Quando noi ben sappiamo chi davvero devasta e saccheggia, viste le condizioni del pianeta e dell’essere umano, almeno quello appartenente alla classe degli sfruttati e proletari.
Tra queste persone c’è Vincenzo Vecchi, compagno anarchico, che si dichiarò onorato di
partecipare alle giornate di lotta a Genova nel 2001 contro il sistema capitalistico che stringeva la sua morsa e muoveva i suoi passi per trasformarsi e rinnovarsi.
L’8 agosto Vincenzo è stato arrestato, in Francia, dalla polizia francese con a suo carico due mandati internazionali di cattura emessi dai procuratori di Milano e Genova, dopo sette anni di latitanza, scelti coerentemente per sottrarsi alla giustizia dello stato e vivere da uomo libero compatibilmente con la situazione. Lo Stato lo sappiamo non si auto condanna, ma si assolve e non ti molla mai, soprattutto se le tue idee, a cui conseguono delle pratiche, hanno in sé molto di vero e fastidioso.
A Vincenzo tutta la nostra solidarietà e vicinanza basata sull’affetto e la condivisione politica delle convinzioni che lo spinsero alla partecipazione delle giornate di Genova.

Vincenzo libero!

Alcune compagne dell’autodifesa femminista

“SOLIDARIETA’ A VINCE

Lo scorso 8 agosto, dopo una latitanza durata oltre 7 anni, è stato arrestato in Francia il compagno anarchico Vincenzo Vecchi. In seguito alla condanna a 11 anni e mezzo per “devastazione e saccheggio” per i fatti del G8 di Genova, Vince era infatti diventato irreperibile per lo Stato.
Una scelta ardua e coraggiosa, coerente con ciò che lui stesso dichiarò nell’aula di tribunale prima della sentenza: “… in quanto anarchico, ritengo i concetti borghesi di colpevolezza o innocenza totalmente privi di significato”. Quindi, una volta condannato definitivamente, ha deciso di partire, di non farsi acciuffare dai tanti apparati polizieschi che lo Stato gli ha sguinzagliato dietro. Anni di clandestinità non devono essere stati facili, ma il modo in cui Vince ha affrontato la pena che lo Stato gli ha inflitto ci ha fatto sentire realmente complici con lui per la sua scelta. Purtroppo il lavoro di Digos, Ucigos e tante altre merde ha portato alla sua cattura ed ora è prigioniero nel carcere di Rennes, in attesa della richiesta di estradizione in Italia dove dovrebbe scontare la condanna per la rivolta di Genova. Spesso sentiamo scandire nei cortei “il nostro amore per la libertà è più forte di ogni autorità” ed è proprio questo amore che deve aver spinto alla scelta della latitanza. L’idea che ora il nostro compagno sia rinchiuso fra le quattro mura di un carcere ci colpisce al cuore, ma non ci abbatte; getta anzi benzina sul fuoco della lotta contro questo sistema.
Durante questi sette anni la forza della scelta radicale fatta da Vince ha dato alle lotte è stata fondamentale per alcuni e il fatto che lo Stato abbia faticato così tanto per riuscire a mettergli le catene rafforza l’immagine di un potere non sempre invincibile. La rabbia che percorre le nostre vene è tanta, ma questa rabbia non potrà che scatenarsi contro il potere e i suoi apparati, con sempre più vigore. Quelle di Genova sono state giornate di lotta, di guerra al capitalismo, di rivolta contro l’esistente. Non possiamo quindi che riportare le parole dette da Vince nelle aule di tribunale: “Mi sono sempre assunto la piena responsabilità e le eventuali conseguenze delle mie azioni, compresa la mia presenza nella giornata di mobilitazione contro il G8 del 20 luglio 2001, anzi sono onorato di aver partecipato da uomo libero ad un’azione radicale collettiva, senza nessuna struttura egemone al di sopra di me.”
Vogliamo esprimere massima solidarietà a Vince, con la voglia di rivederlo al più presto al nostro fianco nella lotta per l’abbattimento di questo sistema.

Vince libero! Juan libero!
Morte allo Stato! Per l’anarchia!

Centro di documentazione anarchico “L’arrotino” di Lecco”

 

 

Le compagne anarchiche Anna Beniamino, Natascia Savio, Silvia Ruggeri, rinchiuse nel carcere di L’Aquila, sospendono lo sciopero della fame

Un coup de dés

Che la vita sia una partita a dadi contro il destino lo scrisse un poeta, che agli anarchici piaccia giocare lo sappiamo. Una prima partita l’abbiamo conclusa. Un mese per tastare il terreno ed annusare i confini della gabbia, un mese di sciopero della fame per far capire che siamo materiale difficile da inscatolare.
Al trentesimo giorno sospendiamo con il proposito di tornare con maggior forza. Un primo bilancio positivo è nella solidarietà viva, spontanea, immediata dentro e fuori le carceri, che ha sollevato chiaro e forte il problema.
Da dentro: un mese in sciopero anche Marco e Alfredo in AS2 ad Alessandria e Ferrara, a cui si è aggiunta Natascia al suo arrivo a Rebibbia e con cui abbiamo proseguito una volta arrivata qui, poi altri compagni, Stecco, Ghespe, Giovanni, Madda, Paska e Leo.
Da vicino: abbiamo sentito le battiture dal 41bis femminile e maschile aquilani, musica che rompe il silenzio di questa fortezza montana e a cui abbiamo risposto e continueremo a rispondere finché dureranno, solidali con quante e quanti subiscono da anni sulla propria pelle questo regime infame.
Da fuori: azioni dirette, incursioni informative, azioni di disturbo in giro per l’Italia e nel mondo hanno fatto da megafono a qualcosa che non è un gioco: differenziazione carceraria, circuiti punitivi, affinamento delle strategie repressive, in chiave anti-anarchica e non solo. Non è nulla che non conoscessimo e manteniamo la consapevolezza che dentro come fuori le scintille pronte a propagarsi sono ovunque, questo ci dà forza e determinazione.
È solo un inizio che speriamo sia stato un’iniezione di fiducia nelle potenzialità e nella forza che portiamo, dentro e fuori, con noi.

L’Aquila, 28 Giugno 2019

Silvia, Natascia, Anna

 

Aggiornamento sullo sciopero della fame dei compagni anarchici

Allo sciopero della fame delle due compagne detenute Silvia Ruggeri e Anna Beniamino per la chiusura della sezione AS2 del carcere di L’Aquila, si sono uniti i prigionieri anarchici Salvatore Vespertino (Ghespe) e Giovanni Ghezzi rinchiusi nel carcere di Sollicciano (FI), Alfredo Cospito e Luca Dolce (Stecco) nel carcere di Ferrara, Marco Bisesti nel carcere di Alessandria e Leonardo Landi detenuto nel carcere di Lucca.

Comunicato delle compagne Silvia e Anna che annunciano l’inizio dello sciopero della fame nel carcere di L’Aquila

“Ci troviamo da quasi due mesi rinchiuse nella sezione AS2 femminile de L’Aquila. Ormai sono note, qui e fuori, le condizioni detentive frutto di un regolamento in odore di 41 bis ammorbidito.
Siamo convinte che nessun miglioramento possa e voglia essere richiesto, non solo per questioni oggettive e strutturali della sezione gialla (ex 41 bis): l’intero carcere è destinato quasi esclusivamente al regime di 41 bis, per cui allargare di un poco le maglie del regolamento di sezione ci pare di cattivo gusto e impraticabile, date le ancor più pesanti condizioni subite a pochi passi da qui, non possiamo non pensare a quante e quanti si battono da anni, accumulando rapporti e processi penali. A questo si aggiunge il maldestro tentativo del DAP di far quadrare i conti istituendo una sezione mista anarco-islamica, che si è concretizzata in un ulteriore divieto d’incontro nella sezione stessa, con un isolamento che perdura. Esistono condizioni di carcerazione, comune o speciale, ancora peggiori di quelle aquilane. Questo non è un buon motivo per non opporci a ciò che ci impongono qui. Noi di questo pane non ne mangeremo più. Il 29 maggio iniziamo uno sciopero della fame chiedendo il trasferimento da questo carcere e la chiusura di questa sezione infame.”

Silvia e Anna

Solidarietà alle due compagne! La lotta continua!

 

Aggiornamenti sulle operazioni repressive denominate “Renata” e “Scintilla”

Il 9/5/2019 sono stati posti agli arresti domiciliari cinque compagni anarchici arrestati il 19/2/2019 a seguito dell’operazione “Renata” (arresto di 7 compagni con le accuse principali di “associazione sovversiva con finalità di terrorismo ed eversione dell’ordine democratico” e di “attentato con finalità di terrorismo” – la finalità di terrorismo successivamente è caduta – in riferimento ad alcune azioni dirette avvenute in Trentino in questi ultimi anni). Sono Agnese Trentin (prima detenuta nel carcere di L’Aquila), Giulio Berdusco e Roberto Bottamedi (prima detenuti nel carcere di Tolmezzo – UD -), Andrea Parolari e Nicola Briganti (prima detenuti nel carcere di Ferrara). Resta in carcere Luca Dolce detto “Stecco” (rinchiuso a Tolmezzo – UD) in quanto colpito da altre condanne definitive. Alla compagna “Sasha”, anch’essa arrestata il 19/2/2019 e messa subito agli arresti domiciliari, quest’ultima misura è stata trasformata in obbligo di dimora e rientro a casa dalle ore 21.00 alle successive ore 07.00.

Per quanto riguarda l’operazione “Scintilla” (avvenuta a Torino il 7/2/2019 con lo sgombero dell’Asilo Occupato e l’arresto di 6 compagni con le accuse principali di aver costituito o partecipato ad un’ “associazione sovversiva” – accusa poi caduta in tribunale del riesame – , “istigazione a delinquere” e di aver compiuto alcune azioni dirette inerenti la lotta contro i CIE e CPR), l’unica compagna che rimane in carcere è Silvia Ruggeri (detenuta a L’Aquila), in quanto secondo l’accusa il suo “profilo antropometrico” corrisponderebbe con quello di una persona ripresa dalle telecamere mentre posizionava un ordigno sotto un ufficio postale (le Poste possedevano la compagnia aerea “Mistral Air”, con la quale venivano effettuati rimpatri di persone migranti).

LA LOTTA CONTINUA!

 

L’Aquila, Tolmezzo, Ferrara: contro il 41bis, contro l’isolamento, la lotta continua

Domenica 28 aprile si è tenuto il presidio convocato davanti al carcere di L’Aquila. Un centinaio di compagne/i si sono mossi da diverse città, talvolta con tragitti lunghi e scomodi (la città è un’enclave fra gli Appennini abruzzesi). Ma proprio chi veniva da lontano era anche fortemente motivato poiché le tre compagne qui incarcerate recentemente provengono da Torino e Trento. Silvia Ruggeri e Agnese Trentin fan parte delle due ultime retate repressive, quelle che a partire dal 7 febbraio, e insieme allo sgombero dell’Asilo occupato di Torino, hanno segnato questa fase sia di escalation militarizzante del potere sia di una nuova determinazione di lotta che ha attraversato il movimento e alcuni settori proletari. Finalmente si vedono spunti di nuova e più diffusa combattività, di risposta all’opprimente ondata reazionaria che intossica tanti ambiti sociali. E che tutto ciò sia partito dall’attacco all’Asilo non è un caso, perché attorno ad esso, negli anni, si era costruita una realtà di resistenza e solidarietà nei quartieri circostanti. Perché creava aggregazione e comunità contro i poteri, centrali e locali, che all’opposto diffondono disgregazione e disperazione sociali. Quello che nelle politiche urbanistiche si concretizza nei piani di espulsione dei proletari e gentrificazione.
Così è molto significativo che le imputazioni contro le/i compagne/i traducano in associazione sovversiva e terrorismo lotte e militanza solidale a fianco dei settori proletari più sfruttati e oppressi e contro le strutture militari loro indirizzate, come i CPR. Lottare, attaccare queste strutture diventa un crimine. Impoverire, sfruttare popolazioni intere, deportare, affogare migranti, invece, lo chiamano “gestione dei flussi migratori”, o ancor più cinicamente “cooperazione internazionale”. Il rovesciamento della realtà non ha più limiti, una classe dominante semplicemente criminale e terrorista bolla con tali epiteti chi resiste e lotta, magari per la rivoluzione sociale. I nazisti hanno fatto scuola.
Il fatto è che la loro repressione, diventata forma di governo rispetto ad una realtà sociale sempre più insopportabile per tanta gente, si assimila ad una forma di guerra interna, seppur di bassa intensità. Ma è ciò che loro stessi , ogni tanto, dicono. Come il questore di Torino durante gli scontri di febbraio (per non parlare dell’energumeno del Viminale e delle sue continue istigazioni alla violenza di Stato), oppure come dice e fa il governo francese di fronte al grande movimento di massa in corso. E così la forma di carcerazione inflitta a Silvia, Agnese ed Anna ne è un ulteriore salto di qualità: Alta Sicurezza aggravata, informata dal regime 41bis. È grave per le prime due compagne, appena arrestate, e lo è anche per Anna Beniamino che è stata appena condannata a ben 17 anni. Ed è ancor più grave il trattamento perpetuato ai danni di Nadia Lioce che da 15 anni resiste al 41bis.
Per tutti questi (ed altri) motivi ci siamo mobilitati. E contemporaneamente altri due presidi si son tenuti a Tolmezzo e Ferrara, dove sono stati incarcerati altri 7 compagni anarchici, sempre per le stesse retate. La solidarietà con chi viene incarcerato è non solo un dovere, ma una vera e propria linea di fronte dell’attuale guerra di classe. Non solidarizzarsi con i/le nostri/e prigioniere/i, del campo proletario, significa accettare la sconfitta del movimento. Le differenze politiche, ideologiche e di pratiche di lotta sono comunque interne al nostro campo. E sicuramente le pratiche di lotta rivoluzionaria. La repressione è ormai aspetto inerente a qualsiasi lotta di classe, bisogna affrontarla collettivamente, facendone un’occasione di crescita e maturazione per noi stessi. Le barricate han solo due lati!
Nei vari interventi è stato anche sottolineato il rapporto fra questa militarizzazione interna con quella esterna, con l’impegno imperialista italiano in tante aggressioni “umanitarie” nel mondo. La guerra che loro conducono è contro il proletariato internazionale, fatta dei mille modi con cui occupano, sfruttano, deportano e bombardano. Perciò, ancor più, la nostra dimensione è internazionalista: la resistenza dei/lle nostri/e militanti nelle carceri è in rapporto con quelle in Turchia, Kurdistan, Palestina, India, Irlanda, Grecia, USA … è in rapporto con le lotte rivoluzionarie e di liberazione nel mondo.
Il compagno “vento favorevole” avrà portato al di là delle mura, si spera, queste voci. Nonostante le orribili chiusure in plastica oltre le sbarre, a privare le compagne della vista di un orizzonte, abbiamo colto l’agitarsi di qualche straccio a mò di bandiera, e tanto ci basta.
OLTRE LE MURA LA LOTTA CONTINUA – SOLIDARIETA’ ALLE/AI PRIGIONIERE/I DELLA GUERRA DI CLASSE
FRONTE PROLETARIO E INTERNAZIONALISMO PER LA RIVOLUZIONE

Proletari Torinesi per il Soccorso Rosso Internazionale
Collettivo Contro la Repressione per un Soccorso Rosso Internazionale

Primo Maggio 2019

 

Contro la repressione – Solidarietà ai compagni della Marzolo Occupata di Padova

Pubblichiamo un breve comunicato dei compagni della Marzolo Occupata:
Questa mattina le minacce dell’Università si sono concretizzate: via Marzolo si è svegliata completamente militarizzata e la Marzolo Occupata è al momento sotto sgombero! Siamo all’incrocio tra via Marzolo e via Jappelli dove un cordone di celere e svariate camionette impediscono a studenti e abitanti di passare. Invitiamo tutte e tutti a raggiungerci qui. Oggi pomeriggio si terrà un’assemblea pubblica in quartiere. A breve aggiornamenti.

CONTRO UNIVERSITA’ E REPRESSIONE
AD OGNI SGOMBERO UNA NUOVA OCCUPAZIONE!
LA MARZOLO RESISTE!

 

Presidi sotto le carceri in sostegno ai compagni anarchici arrestati a Torino e a Trento

manifesto presidi

Un testo diffuso a Trento in solidarietà con i compagni arrestati
IL CUORE OLTRE LE SBARRE
In attesa di un’analisi più approfondita, poche parole.
Un’altra “associazione sovversiva con finalità di terrorismo ” (art. 270 bis) più una sfilza di reati contestati (dall’interruzione di pubblico servizio al danneggiamento, dal sabotaggio di apparecchi telematici all’“attentato con finalità di terrorismo ”, dall’incendio al trasporto di materiale esplodente). 50 perquisizioni, 150 tra poliziotti e carabinieri mobilitati, intere strade bloccate, irruzione nelle case di agenti col passamontagna e il giubbotto antiproiettile. E, soprattutto, 7 compagni arrestati. Un’operazione in pompa magna – condotta sia dalla Digos che dal Ros -, con tanto di conferenza stampa dell’“Antiterrorismo” a Roma. E il consueto linciaggio mediatico.
Nessuna sorpresa. Non solo perché è l’ennesima inchiesta per 270 bis, ma anche perché “fermare gli anarchici” era da settimane il ritornello preferito di questore, prefetto, magistrati, politici e giornalisti.
Qual è il problema per i custodi armati e togati di questo splendido ordine sociale?
Nel placido Trentino-Alto Adige, c’è una presenza anarchica trentennale. Compagne e compagni sono sempre stati presenti in ogni lotta, grande e piccola, contro lo sfruttamento, contro la devastazione del territorio, contro il razzismo di Stato. A fianco delle lotte e dei conflitti di piazza, non è mai mancata l’azione diretta notturna (nelle carte della Procura si elenca, dal 2014 ad oggi, una settantina di attacchi piccoli o grandi contro banche, caserme, ripetitori, mezzi militari, tribunali, sedi di partito). Come fare, dunque, perché la pace sociale continui a regnare sia di giorno che di notte? La ricetta è sempre quella: attribuire ad alcuni anarchici qualche azione (6 su 70…) e sostenere che tutto – dalla scritta sul muro all’attacco incendiario – è pianificato da una fantomatica associazione sovversiva con tanto di ruoli (il leader ideologico, il responsabile del settore logistico, l’incaricata di mantenere i contatti con gli avvocati ecc.), per provare a distribuire così anni di carcere. Più in generale, far fuori i rompiscatole per passare con lo schiacciasassi su ciò che resta delle libertà. Il primo passo è isolare. Per questo le case dei compagni diventano “covi”, l’attitudine testarda di non farsi spiare viene presentata come “qualcosa che ricorda la mafia”, e via dicendo. “Facevano tanto i gentili e i solidali, ma intanto preparavano attentati. Prendete le distanze”.
Come al solito, si tratta di fare tutto il contrario. Continuare le lotte. Non lasciare soli i compagni. Difendere pubblicamente le azioni di cui sono accusati. Rilanciare la solidarietà contro un attacco che vuole anche stritolare rapporti ed affetti.
Non abbiamo risposte semplici. Ma alcune buone domande. Si può cambiare questo stato di cose senza lottare? Si può lottare senza rischiare? Le condizioni per cui valga la pena rischiare matureranno mai da sole? Intanto, che facciamo?
Da più parti si strilla al fascismo per le politiche di Salvini. E poi? Si inorridisce per un botto alla sede della Lega? Avanti. Che ognuno ci metta del suo, perché qualcuno non debba metterci tutto.
Terrorista è lo Stato!
Agnese, Sasha, Poza, Stecco, Nico, Giulio e Rupert liberi subito!

Solidarietà con i compagni anarchici di Trento, Rovereto e Bolzano colpiti dalla repressione

Pubblichiamo un comunicato diffuso dallo Spazio Autogestito Kavarna.

Solidali e complici con gli arrestati e arrestate di Trento e Rovereto. Libertà per tutt*!

Operazione Renata.

Alle 4 questa mattina perquisizioni negli spazi e in casa di compagni e compagne fra Trento, Bolzano, Rovereto. 7 arresti, 6 con misure cautelari in carcere e 1 con misure cautelari ai domiciliari. I reati contestati sono 270 bis e 280 bis. Perquisizioni al Tavan e alla Palestra Popolare di Trento, alla Nave dei Folli e al Cabana di Rovereto, alla Katakombenstube di Bolzano. Alcuni arrestati in trasferimento in altri carceri. Reparti celere presenti in diversi punti della città (Palazzo Regione, Municipio, Palazzo del Governo).

Oggi alle ore 16.00 punta al Tavan, via Muredei 34/3 Trento.

AGNESE, GIULIO, NICO, POZA, RUPERT, SASHA, STECCO LIBERI!

TUTTI LIBERI TUTTE LIBERE MALEDIZIONE

19/2/2019

 

Indirizzi (in carcere) dei compagni trentini:

Roberto Bottamedi (Rupert)

Casa Circondariale via Paluzza 77, 33028, Tolmezzo (UD)

Nicola Briganti (Nico)

Casa Circondariale Verona Montorio, via San Michele 15, 37131, Verona

Agnese Trentin

Casa di Reclusione Verziano, via Flero 157, 25125, Brescia.

Andrea Parolari (Poza)

Casa Circondariale via Basilio della Scola 150, 36100, Vicenza.

Giulio Berdusco

Casa Circondariale via Paluzza 77, 33028, Tolmezzo, Udine.

Luca Dolce (Stecco)

Casa Circondariale via Paluzza 77, Tolmezzo, Udine

Sempre a fianco dei compagni che lottano e resistono – Solidarietà ai compagni e compagne dell’Asilo Occupato

Pubblichiamo due comunicati di solidarietà ai compagni dell’Asilo Occupato di Torino, il primo diffuso sulla pagina Facebook della Marzolo Occupata (Padova), il secondo pubblicato sul sito “roundrobin.info”, dove tra l’altro è possibile reperire molti altri comunicati e i vari aggiornamenti sulla situazione.

ARRESTI E SGOMBERI NON FERMERANNO LE NOSTRE LOTTE!

Vari arresti, con l’assurda accusa di associazione sovversiva, e il tentato sgombero dello storico centro sociale “L’ASILO” di Torino sono il bilancio di questa infame giornata di repressione. La lotta contro i CIE e i CPR, i lager del 21° secolo che hanno sede nei nostri territori, sono il pretesto per le azioni che la questura di Torino ha condotto oggi. L’assedio e la militarizzazione di un intero quartiere e le cariche ai presidi di solidarietà sono invece la prassi adottata. Mentre un’altra esperienza di resistenza e organizzazione viene attaccata con la massima forza da parte dello Stato, gli esponenti cittadini e nazionali dei vari partiti di governo vomitano odio e congratulazioni per l’operato della polizia dimostrando tutta la loro natura autoritaria e repressiva. Noi invece stiamo con i compagni arrestati, con quelli che lottano e resistono sul tetto e con tutti coloro che li sostengono! Per ulteriori informazioni seguire Radioo Blackout.

Solidarietà all’Asilo!

Solidarietà agli arrestati!

Solidarietà a tutti gli spazi occupati!

COMPAGNI NOSTRI

È martedì 7 febbraio, sono le 4.40 e non si vedono ancora le prime luci dell’alba. In via Aĺessandria, a Torino, dove da 24 anni è occupato L’Asilo, irrompono decine di agenti in borghese. Pochi minuti e la strada si riempie di camionette, volanti, carabinieri in antisommossa, finanzieri. I mitra puntati puntati fanno capire subito le intenzioni: oltre lo sgombero dell’Asilo è in corso l’ennesima operazione repressiva. Sette ordinanze di custodia cautelare in carcere con l’accusa di Associazione sovversiva (articolo 270 bis), mentre le indagini coinvolgono una trentina di compagni. Non sorprende, con i tempi che corrono, che la manovra sia rivolta a chi da anni ha lottato contro le prigioni per i senza documenti (prima CIE, ora CPR) e rimpatri dello Stato, denunciando le complicità di chi collabora con quell’inferno senza fine che viene definito “accoglienza”. Richiesti più volte dalla sindaca pentastellata Appendino, lo sgombero e l’inchiesta vengono seguiti con cura dal Ministro dell’Interno, che al commento “I teppisti arrestati a Torino: dalle parole ai fatti”, lascia intendere che questa non un’operazione qualunque. Per noi non può essere più chiaro. Mentre le guerre di governi ed imprese di bandiera per il saccheggio dell’Africa stanno continuando a devastare interi paesi, provocando la fuga di centinaia di migliaia di persone, i morti nel Mediterraneo ormai non si contano più, così come quelli sulle frontiere d’Europa. Chi arriva viene rinchiuso, espulso, ucciso. Intanto la propaganda e la pratica del razzismo si fanno sempre più esplicite: il Ministro dell’Interno applaude agli omicidi della polizia, e ad essere colpito è chi si è sempre battuto, chi non ha mai smesso di sognare la libertà, chi comprende che tra giusto e legale non vi è alcuna coincidenza. Ma c’è di più. In quello spazio, molti e molte di noi hanno passato momenti indimenticabili. Dibattiti, lotte, sangue e sudore. Tra quelle stanze ci siamo passati tutti in questi 24 anni, nelle iniziative, alle cene, nella preparazione di barricate, e la cosa che rende inespugnabile quelle mura, per quanto possano essere sbaragliate da tristi individui in divisa, è il legame che ci unisce e continuerà a farlo anche fuori, legame di solidarietà, amore contro un mondo che è tutto da cambiare. Perchè non possiamo che essere dalla parte di chi lotta contro galere di ogni tipo, deportazioni, sfruttamento. Perchè nelle mani e nelle intenzioni di chi decide di battersi si trova l’unica scelta reale del nostro tempo. Le vite di migliaia di persone, così come le nostre, sono determinate da quello che facciamo o non facciamo. Così come sapevano Baleno e Sole prima di essere uccisi dallo Stato. C’è chi grida allo scandalo, chi oggi sembra aver scoperto il razzismo di Stato; chi per anni ha fatto finta di non vedere le più di un milione di persone rinchiuse nei lager libici voluti da Minniti (ex governo PD), i controlli vis à vis, i pestaggi della polizia, gli sfratti, le retate, le espulsioni. C’è poi chi, in solitudine come in piazza e nei sentieri, le violenze dello Stato le ha sempre viste e non le ha mai dimenticate. E pur sapendo qual è il prezzo della lotta, porta nel cuore la determinazione che può superare la paura di affrontarlo. Per questo non si è mai arreso. Per questo “dalle parole ai fatti” lo diciamo noi. Per questo, i colpiti dallo Stato a Torino, sono i nostri compagni.

Anarchiche e anarchici di Trento e Rovereto

I compagni anarchici Antonio Rizzo, Giuseppe De Salvatore e Lorenzo Salvato (arrestati nell’operazione “Scintilla”) sono rinchiusi nella sezione Alta Sicurezza del carcere di Ferrara, via Arginone 327, cap 44122, mentre le compagne anarchiche Silvia Ruggeri e Giada Volpacchio (arrestate nell’operazione “Scintilla”) sono rinchiuse nel carcere di Torino Lo Russo e Cutugno, via M.A. Maglietta 35, cap 10151. Il compagno Niccolò Blasi (arrestato nell’operaz. “Scintilla”) è rinchiuso nel carcere di Cuneo (via Roncata 75, 12100).

Lorenzo Salvato (Larry) e Giada Volpacchio, caduta l’accusa di associazione sovversiva, il 2/3/2019 sono stati scarcerati.

 

Sempre a testa alta, Paska

Pubblichiamo due lettere recenti (dicembre 2018) che il compagno Paska ha chiesto di diffondere, in merito al trattamento riservatogli in carcere e durante alcuni spostamenti in occasione del processo che sta subendo.

lettera paska 1

lettera paska 2

Solidarietà ai due compagni di Modena colpiti dalla repressione

Il 25 ottobre 2018 è stata notificata la conclusione delle indagini ad una compagna ed un compagno di Modena per i reati di “apologia di reato finalizzata a reati di terrorismo e deturpamento” per alcune scritte comparse sui muri della facoltà di economia di Modena risalenti al 19 marzo scorso, anniversario della morte di Marco Biagi:

– 1000 Biagi

– Marco Biagi non pedala più

– Onore a Mario Galesi onore ai compagni combattenti

L’indagine a loro carico parte dal Gruppo Terrorismo della procura di Bologna. Contro questi compagni si è attivata una vera e propria gogna mediatica. Il fascicolo di 500 pagine che contiene addirittura una perizia calligrafica di documenti risalenti all’esame di maturità di quasi 10 anni fa, rivela un’indagine sproporzionata per i fatti contestati, il che ci fa pensare quanto continui ad essere spaventato il nemico di fronte al suo “vecchio spettro”.

Guerre neo-coloniali per rapinare risorse di interi popoli, morti sul lavoro e nelle carceri in continuo aumento, lager di stato, sfruttamento diffuso, venduto come l’unica soluzione possibile sono invece il “nostro pane quotidiano” di cui i responsabili vengono puntualmente lodati arrivando ai vertici di questa infame società.

Lo vogliamo ribadire ancora una volta: i terroristi sono i padroni, i giudici, i militari ed i politici, i loro apologeti i giornalisti ed i mass media!

Chi ha combattuto e combatte per la libertà è e sarà sempre nei nostri cuori!

Antifascisti/e ed anarchiche/i di Modena

P.S. Il processo che attende i compagni sarà lungo pertanto chiunque voglia esprimere la propria solidarietà o il proprio sostegno è assolutamente ben accetto.

Comunicato tratto da: https://roundrobin.info

Contro la NATO

proposta di mobilitazione contro le celebrazioni della nato

Rilanciamo la solidarietà militante verso il compagno Paska

Il compagno, rinchiuso nel carcere di La Spezia in regime di isolamento, attualmente sotto processo nell’ambito dell’operazione “Panico” a Firenze, RESISTE e LOTTA. Dal 5/11/2018 è in sciopero della fame contro le condizioni detentive, i pestaggi e il rifiuto di essere trasferito ad un altro carcere. Per questo il compagno continua a subire ogni tipo di vessazioni dagli sbirri.

Partecipiamo al presidio che si terrà il 18/11/2018 (ore 15.00) presso il carcere di La Spezia.

Sostegno a tutti i compagni colpiti dalla repressione e a tutti i rivoluzionari prigionieri nel mondo!

Abbattere il capitalismo!

Pubblichiamo una lettera che Paska ha scritto a fine settembre 2018.

Lettera Paska

Resoconto della Settimana di mobilitazione internazionale per la liberazione del rivoluzionario prigioniero Georges Abdallah (rinchiuso da oltre 34 anni nelle prigioni francesi)

Report mobilitazione internazionale per Georges Abdallah – ottobre 2018 –

Nell’ambito della Settimana internazionale di mobilitazione in solidarietà verso Georges Abdallah e tutti i prigionieri palestinesi (17-24 ottobre), il Fronte Palestina-dalla solidarietà alla lotta internazionalista, il Collettivo Contro la Repressione per un Soccorso Rosso Internazionale, il Soccorso Rosso Proletario e il Coordinamento lombardo Palestina, organizzano una giornata di lotta in sostegno dei rivoluzionari prigionieri Georges Abdallah, Ahmad Sa’adat e Raja Eghbarieh.

presidio 20 ottobre prigionieri_0

Il 28 settembre si è concluso il processo contro la militante delle BR-PCC Nadia Lioce con l’assoluzione della compagna. Di seguito il report della giornata di lotta.

Report presidio L’Aquila 28 settembre 2018 (aggiornato)

Il 28 settembre, al Tribunale de L’Aquila, riprenderà il processo contro la militante delle BR-PCC Nadia Lioce, arrestata nel 2003 e sottoposta ininterrottamente in regime di 41-bis dal 2005. 
Anche per questa udienza, alla quale la compagna parteciperà (come sempre) in videoconferenza, è stata indetta una mobilitazione nazionale e sono previsti due presidi a L’Aquila:

  • ore 09.00 davanti al tribunale de L’Aquila
  • ore 14.00 davanti al carcere

Per l’occasione, insieme ai Proletari Torinesi per un Soccorso Rosso Internazionale diffondiamo questo manifesto.

Manifesto Aq.jpg

Oltre alla compagna Nadia Lioce, sempre dal 2005 sono detenuti in 41-bis altri due militanti delle BR-PCC (pure loro arrestati nel 2003 e reclusi nelle carceri di Spoleto e Opera). 

Solidarieta ai riv prig in 41 bis - Locandina CCRSRI.jpg

Continua l’estate di tensioni all’interno delle carceri sarde

Qualche giorno prima di ferragosto è uscita la notizia che una prigioniera di Uta avrebbe dato fuoco a vari suppellettili all’interno della sua cella e – sempre i giornali – parlano del provvidenziale intervento delle guardie per scongiurare il peggio. Ovviamente non si trova traccia dei motivi che avrebbero spinto la donna ha compiere il gesto.

Di ieri invece la notizia di una rissa tra detenuta, sempre al carcere di Uta quindi sempre la stessa sezione, dalla quale a uscirne malconcia è stata la guardia che è intervenuta per separarle, pare addirittura che sia dovuta andare all’ospedale.

Da questo clima di tensione del carcere cagliaritano escono purtroppo quasi solo le lamentele dei sindacati di polizia, i prigionieri e le prigioniere tacciono, e anche quelli che non vorrebbero farlo sono messi in silenzio. Infatti è da mesi che a una nostra compagna viene rinnovata trimestralmente e senza motivazioni la censura, che ogni lettere un po’ più interessante non le arriva o non arriva a noi. Così come un altro nostro compagno, sempre rinchiuso a Uta, a cui da mesi stanno provando in ogni modo a spezzare la voglia di non piegarsi alle imposizioni di guardie e direttore; così viene spostato da una sezione all’altra, perquisizioni alla cella, rapporti per qualsiasi cosa, isolamento, problemi ai colloqui, ai pacchi e chi più ne ha ne metta.

Cercheremo di aggiornarvi.

16 agosto 2018

fonte: nobordersard.wordpress.com

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Firenze – Comunicato di Paska in vista del processo

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Vogliamo ricordare anche noi il compagno Peppino, venuto a mancare nei giorni scorsi, pubblicando il comunicato scritto per lui da alcun* compagn*.

Ciao Pé

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Locandina GIA

Solidarietà ai cinque operai FCA licenziati e disprezzo per la magistratura borghese – da Proletari Torinesi per il SRI –

In onore del compagno Gianfranco Zoja

Torino – Presenza solidale in aula per processo Scripta Manent

14 Giu, 2018

09:00 – 12:30

AulaBunker

Chiunque dimentica i prigionieri della guerra sociale,
ha dimenticato la guerra stessa!

(Parigi, 2016)

Lo Stato colpisce e continuerà a colpire gli anarchici ed i rivoluzionari fintanto che questi saranno degni del loro nome.

Il processo Scripta Manent, cominciato nel giugno del 2017, riguarda quarant’anni della storia del movimento anarchico, di cui siamo parte, e sta proseguendo con un ritmo serrato.

Il cardine del teorema accusatorio di questa inchiesta si basa sulla differenziazione fra anarchici “buoni” e “cattivi” e su un’interpretazione strumentale, da parte dell’apparato repressivo, del dibattito interno al movimento anarchico.

Tra gli intenti di questo processo vi è anche il tentativo di annichilire la tensione verso pratiche radicali di attacco senza mediazioni contro lo Stato e il Capitale. Pratiche che stanno alla base di ogni percorso rivoluzionario e d’insurrezione.

Non rimarremo in silenzio di fronte a questo ennesimo tentativo di mettere al bando la volontà di sovvertire l’ordine costituito.

Non riconosciamo l’ormai nota strategia repressiva di differenziazione, quindi vogliamo ribadire la nostra complicità ai compagni e alle compagne prigioniere e agli indagati dell’operazione Scripta Manent ed esprimere il nostro sostegno alle pratiche di cui sono accusati, che sono patrimonio del movimento rivoluzionario.

PRESENZA SOLIDALE IN AULA

GIOVEDÌ 14 GIUGNO DALLE ORE 9,00

AULA BUNKER DEL CARCERE LE VALLETTE DI TORINO

Tratto da: roundrobin.info

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Striscioni esposti alle manifestazioni del 25 aprile e del 1° maggio in occasione della mobilitazione nazionale indetta a sostegno della compagna Nadia Lioce processata a L’Aquila il 4 maggio.

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Lucca – Mauro Rossetti Busa in sciopero della fame

Altervista – Censurato “Nel Buio”, il blog di Lello

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IL 4 MAGGIO TUTTI A L’AQUILA PER IL PROCESSO ALLA COMPAGNA NADIA LIOCE!

In occasione della mobilitazione nazionale indetta per il 4 maggio a L’Aquila -a sostegno della compagna Nadia Lioce sotto processo e per rilanciare la lotta contro il 41-bis, il carcere e la repressione- pubblichiamo questi materiali che abbiamo diffuso nel corso della manifestazione del 25 aprile a Milano: la locandina è stata realizzata insieme ai Proletari Torinesi per il SRI

LOCANDINA 4 MAGGIO

FLYER 4 MAGGIO

VOLANTINO 4 MAGGIO

Paska – Chi ha compagni non sarà mai solo

Il 27 marzo la procura di Firenze ha accolto in cassazione, il ricorso dell’accusa in merito alla custodia cautelare per tentato omicidio, in relazione al ferimento dello sbirro per l’azione contro la Libreria fascista a Firenze. Il giorno seguente il nostro compagno e fratello Paska, indagato per tale reato, è stato portato in carcere a Teramo.
La sera del venerdì di Pasqua, qualche solidale ha pensato di andare a portare un saluto a Paska e a tutti i detenuti, per i quali, i giorni di festività, vengono vissuti con più sofferenza perché si acuisce il senso di separazione e privazione che la reclusione provoca.
Grida di solidarietà, torce, petardoni e fuochi d’artificio hanno animato per un po’ la serata e dalle finestre del carcere uscivano urla di giubilo e di lamentele per la condizione carceraria, fischi di approvazione e ringraziamenti ai solidali. A differenza delle ultime volte, nessuno dei solidali è stato fermato dalle guardie, a dimostrazione che le cose si possono fare, senza chiedere il permesso a nessuno.
Per noi e per i nostri compagni incarcerati.
Perché chi ha compagni non sarà mai solo!

L’indirizzo a cui scrivere a Paska è:
PIERLORETO FALLANCA
C. C. CASTROGNO, C. DA CEPPATA 1
64100 TERAMO

da: roundrobin.info

Diffondiamo questo comunicato, scritto dai Proletari torinesi per il Soccorso Rosso Internazionale e dal Collettivo Contro la Repressione per il Soccorso Rosso Internazionale, in risposta alle misure repressive seguite alla manifestazione del 24 novembre 2017 tenutasi a L’Aquila in solidarietà alla compagna Nadia Lioce.

31 DENUNCE CONTRO LA SOLIDARIETA’ RIVOLUZIONARIA

Nei mesi di febbraio e marzo sono state emesse finora 31 denunce per la manifestazione di solidarietà con la militante delle BR-PCC Nadia Lioce, sotto processo a L’Aquila, lo scorso 24 novembre.  Processo intentato a Nadia proprio per le proteste che lei ha continuato a effettuare nonostante e contro le terribili restrizioni imposte dal regime carcerario 41bis.  La resistenza, la forza politica e ideologica, ammirevoli, di Nadia come di Roberto Morandi e Marco Mezzasalma (gli altri due compagni delle BR-PCC sottoposti a tale regime) hanno trovato il sostegno di diversi ambiti del movimento antagonista. Sostegno sviluppato da molti anni, e che quel giorno ha visto convergere militanti da nord a sud – da Ivrea a Palermo – in tribunale e fin sotto il carcere di L’Aquila.

Una giornata molto intensa, determinata, che ha espresso un buon livello anche nei contenuti da dare alla mobilitazione contro la repressione in generale.  Gli stessi collettivi e gruppi partecipanti sono significativi di realtà sociali, di lotta, che costantemente fanno fronte a una ridefinizione sempre più autoritaria dello Stato.  E proprio questo si è voluto marcare: l’unità nei fatti che esiste fra diverse istanze della resistenza militante, proletaria che, nella diversità di forme e modi dell’impegno, affrontano lo stesso sistema e portano avanti simili obiettivi di emancipazione politica e sociale.  All’apice di questo confronto stanno le istanze rivoluzionarie più determinate, come le BR-PCC, e le pratiche più terroristiche dello Stato borghese.  Il regime carcerario 41bis ne è la peggior rappresentazione.

Così si spiega l’attacco ostinato dello Stato nell’isolare, mettere a tacere, annientare quest* militanti prigionier*.  Perciò la repressione si estende contro le iniziative solidali e di controinformazione.  31 denunce per “manifestazione non autorizzata” sull’ottantina di partecipanti alla protesta.  Intimidazione e deterrente a proseguire nella mobilitazione, che prevede un’altra data importante il 4 maggio 2018, giorno di un’altra udienza processuale per Nadia.

Continuiamo e rafforziamo questa lotta, questa solidarietà. È interesse di tutt* contrastare la repressione ai suoi più alti livelli, perché la loro esistenza ricade e influisce su tutti gli altri, alimentando paura e ricatto.

Facciamo di questa lotta un’occasione di unità, di fronte comune, da far valere poi in tutti i settori dove interveniamo.  La situazione più evidente oggi è il dilagare della violenza contro qualsiasi lotta e contro il proletariato immigrato in particolare: lo squadrismo fascio-razzista è ausiliario a quello poliziesco-istituzionale.

Facciamo fronte comune contro l’intensificazione della repressione e militarizzazione.  È condizione vitale per lo stesso sviluppo delle lotte, per la stessa sopravvivenza di molt* proletar*, di molt* militanti.

 41BIS = TORTURA!  CONTRO IL 41BIS!

DIFENDERE I/LE PRIGIONIERI/E DELLA GUERRA DI CLASSE

RILANCIARE LA SOLIDARIETA’ DI CLASSE E MILITANTE

UNITA’ NELLE LOTTE – UNITA’ CONTRO LA REPRESSIONE

 

Proletari Torinesi per il Soccorso Rosso Internazionale

Collettivo Contro la Repressione per il Soccorso Rosso Internazionale

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Pubblichiamo questo manifesto che abbiamo prodotto e diffuso in occasione delle elezioni del 4 marzo.

CCRSRI – MANIFESTO ANTIELETTORALE

Riceviamo e diffondiamo

5/12/2017

Il p.m. della procura di Napoli Catello Maresca, titolare di un’inchiesta per associazione sovversiva legata alla FAI/FRI, ha chiesto l’arresto di venti compagni anarchici e il sequestro del Centro Studi Libertari, sede del gruppo anarchico Louise Michel, e dello spazio anarchico 76/A.

In seguito al rigetto del g.i.p., il p.m. è ricorso in appello, pertanto i l 14 dicembre è stata fissata la data dell’udienza di appello presso la camera di consiglio del tribunale del riesame di Napoli.

 Anarchici napoletani

Riceviamo e diffondiamo

L’udienza di appello prevista per oggi 14 dicembre presso la camera di consiglio del tribunale del riesame di Napoli, a seguito del rigetto della richiesta di 20 ordinanze di custodia cautelare ai danni di altrettanti compagni anarchici per l’operazione repressiva legata alla FAI/FRI a firma di Catello Maresca, è stata rinviata al 22 febbraio 2018.

(Qui sotto diffondiamo un comunicato di alcuni compagni di Napoli sull’operazione repressiva).

La pacificazione dei movimenti politici. Sui fatti di Napoli.

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La notte del 1° gennaio, a Mestre, un attentato fascista ha colpito la sede del Tuttiinpiedi in Piazza Canova.

Esprimiamo piena solidarietà ai compagni e alle compagne colpiti/e da questo attacco e rilanciamo l’iniziativa del 13 gennaio, sempre a Mestre, per rispondere a questa e a qualsiasi altra intimidazione fascista

Qui sotto il comunicato dei compagni e delle compagne di Mestre.

Il 1 gennaio 2018 alle 1.30 sono state fatte esplodere alcune bombe incendiarie davanti alla sede del Tuttinpiedi di Mestre in Piazza Canova distruggendo la vetrina e danneggiando la serranda.

Il Tuttinpiedi in questi anni ha svolto una serie di attivita’ politiche e sociali con gli abitanti del quartiere. Tra le altre:
– iniziative sulle bonifiche e sull’inquinamento del Villaggio San Marco;
– opposizione alle giunte passate e presenti che governano e hanno governato la citta’ in modo clientelare;
– iniziative concrete assieme ai bambini stranieri ed italiani ed i loro genitori contro la difficolta’ di integrazione con corsi di italiano e doposcuola;
– incontri di informatica autogestita;
– iniziative politiche di denuncia e di controinformazione a sostegno dei popoli oppressi, contro il capitalismo e l’imperialismo, a sostegno dei NOTav, lotte territoriali, contro la repressione.
E’ evidente che queste iniziative danno fastidio. Probabilmente dei neofascisti si sono occupati di cercare di intimidire il lavoro del Tuttinpiedi nel quartiere.
Purtroppo non e’ la prima volta che nel quartiere si verificano episodi di stampo fascista e in tutta Italia si stanno intensificando le azioni di questo tipo.

Il 13 Gennaio alle 18.00 in Piazza Canova faremo un’iniziativa antifascista
per rispondere in modo chiaro e forte che non saranno delle bombe ad intimidirci.

Invitiamo tutti a partecipare attivamente e ad organizzare insieme iniziative
antifasciste in citta’.

Tuttinpiedi Mestre


Nuova Occupazione a Monza (MI)

La FOA Boccaccio occupa a Monza l’ex distributore di via Buonarroti 62: un nuovo spazio liberato in città contro la guerra, frontiere e politiche securitarie.


Pubblichiamo un intervento “fuori dal coro” sulla manifestazione di sabato 16 dicembre a Roma, perché pensiamo contenga molti elementi utili a una riflessione critica e indipendente, in un contesto generale di dibattito molto (troppo..) appiattito..

No, il 16 dicembre non saremo in piazza.

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Riceviamo e diffondiamo

L’udienza di appello prevista per oggi 14 dicembre presso la camera di consiglio del tribunale del riesame di Napoli, a seguito del rigetto della richiesta di 20 ordinanze di custodia cautelare ai danni di altrettanti compagni anarchici per l’operazione repressiva legata alla FAI/FRI a firma di Catello Maresca, è stata rinviata al 22 febbraio 2018.

Riceviamo e diffondiamo

Il p.m. della procura di Napoli Catello Maresca, titolare di un’inchiesta per associazione sovversiva legata alla FAI/FRI, ha chiesto l’arresto di venti compagni anarchici e il sequestro del Centro Studi Libertari, sede del gruppo anarchico Louise Michel, e dello spazio anarchico 76/A.

 In seguito al rigetto del g.i.p., il p.m. è ricorso in appello, pertanto i l 14 dicembre è stata fissata la data dell’udienza di appello presso la camera di consiglio del tribunale del riesame di Napoli.

 An archici napoletani

IL COMPAGNO AUGUSTO VIEL CI HA LASCIATI

Vogliamo ricordare anche noi il compagno, diffondendo questa mail giunta alla lista “noalgabbione” e una lettera aperta che Augusto scrisse nel 2015, diffusa su informa-azione.info.

Ciao Tino, un abbraccio.

“Da qualche ora Tino non è più con noi. Come molti sanno era ammalato da un po’, ma no, non ci diamo pace.Tino era un compagno ed un amico al quale non riusciamo a rinunciare.

Speriamo che molti e molte siano presenti al funerale, per questo diamo la notizia per tempo anche se ancora non sappiamo se questo si terrà giovedì o venerdì presso il tempio laico del cimitero di Staglieno a Genova.

Domani daremo ragguagli.

Le ultime parole che gli abbiamo sentito dire sono state “forza Lioce”, poco prima che partissimo per l’Aquila. E con questo abbiamo detto tutto”.

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tratto da http://www.informa-azione.info

Lettera aperta di Augusto “Tino” Viel sul libro “Animali di periferia”

Created 02/02/2015 – 11:11

Riceviamo e diffondiamo una lettera aperta di Augusto “Tino” Viel sul libro “Animali di periferia” di Donatella Alfonso:

Il sottoscritto Augusto Viel,  più conosciuto come Tino, ripudia con piena coscienza il libro “Animali di periferia” di Donatella Alfonso, testo con tanto di prefazione di  Nando Dalla Chiesa, figlio del ben noto generale.
Preciso che non nutro nei confronti di Nando Dalla Chiesa sentimenti di astio particolare dovuti al fatto che suo padre si rese responsabile  della repressione e della morte di tanti compagni.
L’utilizzo dei testi delle interviste di Donatella Alfonso è stata pilotato dal PD e Augusto Viel c’è cascato come un belinone fiducioso della presenza di Mario Rossi e Gino Piccardo che, invece, conoscevano dagli inizi gli intenti della giornalista e del partito.
Già il titolo del libro mi angoscia: Tino non si ritiene un animale, ma un compagno cresciuto nella sua rabbia sociale e rivendica il percorso della XXII ottobre, meteora dirompente contro il potere stragista.
Per finire (ma la vicenda è tutt’altro che finita…….. c’è ancora da dire, questa è solo una ciliegina) voglio ricordare in particolare il compagno Riccardo Dura, vissuto anche lui col sangue agli occhi. Era un mio amico e compagno, c’eravamo conosciuti nel ‘67 nella  sede del gruppo marxista leninista di Genova Pegli. Riccardo, dopo il mio arresto, andava appena poteva a trovare mia madre, sfidando i controlli. Quando è stato massacrato, vigliaccamente nel sonno, mia madre ha pianto come se fosse un suo figlio.
Onore ai compagni  ammazzati in via Fracchia dagli uomini di Carlo Alberto dalla Chiesa.
Per ultimo: Tino non fa paranza con nessun gruppo, va dove si sente di andare.

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Il 22 novembre alle 11 si è aperta la terza udienza del processo contro 17 NO TAV (tra i quali il nostro compagno Valter) che nel 2010 hanno partecipato alla manifestazione di protesta contro lo sgombero violento del presidio NO TAV di Chiomonte in val di Susa.
Durante la manifestazione vi sono stati blocchi stradali e ferroviari ed un corteo non autorizzato che ha sfilato dal Comune di Torino alla stazione di porta Susa.

Durante l’udienza tre imputati hanno fatto dichiarazioni spontanee di cui due di carattere innocentista (c’ero ma non ho bloccato i binari) ed una invece lucida e rivendicativa fatta da un compagno anarchico.

Sono stati visionati alcuni filmati che però non mostrerebbero le persone accusate intente a bloccare né binari del tram, né della ferrovia. Video e riprese inutilizzabili dal PM.

Nessun presidio fuori del tribunale e soltanto due solidali anarchici all’interno.

L’udienza viene fissata per il 4 dicembre.

Dalla pagina FB dei Proletari Torinesi per il SRI

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CONTRO LA TORTURA DELL’ISOLAMENTO, SOLIDARIETA’ AI RIVOLUZIONARI PRIGIONIERI!

aqui

24 novembre 2017, L’Aquila: presidio davanti al carcere.

Pubblichiamo la dichiarazione della militante delle BR-PCC Nadia Lioce depositata agli atti in occasione dell_udienza del 24 novembre 2017 al tribunale de L’Aquila

24 NOVEMBRE, L’AQUILA: REPORT DELLA MOBILITAZIONE

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A seguito di una battitura di protesta avvenuta nel carcere de L’Aquila circa tre anni fa, la militante delle BR-PCC Nadia Lioce è stata accusata di “disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone” e di “oltraggio a pubblico ufficiale” per aver insultato uno sbirro della Penitenziaria.

Venerdì 24 novembre, sempre a L’Aquila, è ripreso il processo contro la compagna (iniziato nell’estate di quest’anno) la quale, arrestata nel 2003 e detenuta dal 2005 in regime di 41-bis, ha partecipato all’udienza tramite videoconferenza.

In occasione di quest’udienza è stata indetta una mobilitazione nazionale allo scopo di ribadire solidarietà militante intorno alla rivoluzionaria prigioniera e opposizione altrettanto militante al carcere e al 41-bis.

A questa giornata di lotta abbiamo partecipato come Soccorso Rosso Internazionale.

Circa settanta compagn*, provenienti da Ivrea, Biella, Genova, La Spezia, Milano, Bologna, Firenze, Roma, L’Aquila, Napoli, Taranto, sono confluiti davanti al tribunale de L’Aquila.

Nel corso del presidio un consistente numero di compagn* è entrato nell’aula in cui si stava svolgendo il processo, srotolando uno striscione e intonando slogan: una presenza insopportabile per la Corte e i PM, i quali hanno ordinato perciò lo sgombero immediato dell’aula per mano di sbirri e carabinieri.

Nel frattempo, all’esterno del tribunale i compagni e le compagne rimast* hanno mantenuto il presidio e affisso striscioni in solidarietà a Nadia e contro il carcere e il 41-bis, in presenza di un ingente schieramento di sbirraglia varia.

Infine, grazie a RadiAzione, siamo riusciti a diffondere nel corso della mattinata stessa un resoconto dell’iniziativa e diversi aggiornamenti.

http://www.radiazione.info/2017/11/laquila-presidio-di-solidarieta-al-tribunale-per-nadia-contro-il-41bis/

Conclusasi l’udienza, nel corso della quale la compagna ha depositato agli atti un documento-dichiarazione, il presidio si è sciolto.

A quel punto ci si è diretti al carcere in cui la compagna è detenuta per ricostituire lì un secondo presidio e dovendo, anche in questo caso, far fronte a un consistente schieramento di polizia.

Davanti al carcere, attraverso degli altoparlanti, alcun* compagn* hanno avuto modo di portare degli interventi. Come SRI abbiamo quindi colto l’occasione per esprimere solidarietà nei confronti della compagna in termini di classe, militanti, rivoluzionari e internazionalisti.

In contemporanea all’iniziativa de L’Aquila, si è svolto davanti al tribunale di Torino un ulteriore presidio in solidarietà alla compagna sotto processo e contro il carcere e il 41-bis e al quale come SRI abbiamo partecipato.

La prossima udienza è stata fissata, sempre al tribunale de L’Aquila, il 4 maggio 2018.

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Contro la tortura dell’isolamento! Solidarietà ai militanti delle BR-PCC in 41-bis!

Venerdì 24 novembre
 
ore 09.00
 
Tribunale de L’Aquila
 
Presidio in solidarietà alla rivoluzionaria prigioniera Nadia Lioce sotto processo
 

manifesto-sri

L’UNICA GIUSTIZIA E’ QUELLA PROLETARIA!

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IL 24/11/2017, A L’AQUILA, RIPRENDERA’ IL PROCESSO CONTRO LA COMPAGNA NADIA LIOCE, DETENUTA IN 41-BIS, ACCUSATA DI AVER INSULTATO UNO SBIRRO DELLA PENITENZIARIA E DI “DISTURBO DELLE OCCUPAZIONI E DEL RIPOSO DELLE PERSONE”A SEGUITO DI UNA BATTITURA DI PROTESTA CHE LA COMPAGNA AVREBBE EFFETTUATO CIRCA TRE ANNI FA DENTRO IL CARCERE DE L’AQUILA. 

LA COMPAGNA, MILITANTE DELLE BR-PCC, DAL 2005 E’ DETENUTA IN 41-BIS, MASSIMO LIVELLO DI COERCIZIONE CARCERARIA CHE PREVEDE ISOLAMENTO TOTALE E PESANTISSIME RESTRIZIONI.        

COSI’ COME LEI, ANCHE ALTRI DUE RIVOLUZIONARI DELLE BR-PCC SONO RISTRETTI  DAL 2005 IN 41-BIS.

L’ACCANIMENTO DELLO STATO CONTRO QUESTI TRE COMPAGNI E CONTRO TUTTI GLI ALTRI RIVOLUZIONARI PRIGIONIERI DETENUTI IN ITALIA IN REGIME DI ALTA SICUREZZA (AS-2), ALCUNI DEI QUALI IMPRIGIONATI DA PIU’ DI 30 ANNI, E’ MOTIVATO DAL FATTO CHE LA LORO LOTTA RAPPRESENTA IL PUNTO PIU’ ALTO DI CONFLITTO CONTRO LO STATO IL QUALE, DI CONSEGUENZA, APPLICA I DISPOSITIVI REPRESSIVI CARCERARI PIU’ ELEVATI, SIA PER SPINGERE I COMPAGNI A RINNEGARE I LORO PERCORSI RIVOLUZIONARI E INDURLI A RICOLLOCARSI NEGLI EQUILIBRI DEL SISTEMA DOMINANTE, SIA COME MONITO, ALL’ESTERNO, PER CHI LOTTA AL DI FUORI DELLE REGOLE IMPOSTE DALLO STATO.    

LA SOLIDARIETA’ CHE DOBBIAMO SVILUPPARE NEI CONFRONTI DEI RIVOLUZIONARI PRIGIONIERI DEVE ESSERE FINALIZZATA A SOTTOLINEARE L’IMPORTANZA DELLA LOTTA RIVOLUZIONARIA CHE I COMPAGNI HANNO CONDOTTO E CHE NON HANNO MAI SVENDUTO E DELLA RESISTENZA CHE TUTTORA ATTUANO, PERCHE’ QUESTO RAFFORZA TUTTI I COMPAGNI CHE OGGI FUORI LOTTANO CON UNA PROSPETTIVA RIVOLUZIONARIA PER ABBATTERE QUESTO SISTEMA CHE CONTINUA A PRODURRE SEMPRE PIU’ SFRUTTAMENTO E PRECARIETA’ PER I PROLETARI.

SOSTENIAMO LA COMPAGNA NADIA LIOCE CON SPIRITO DI LOTTA E DI RESISTENZA, PERCHE’ LA SOLIDARIETA’ E’ LOTTA E RAFFORZA ANCHE I RIVOLUZIONARI PRIGIONIERI.         

SOLIDARIETA’ A TUTTI COLORO CHE NEL MONDO VENGONO REPRESSI PERCHE’ PROTESTANO, LOTTANO E SI ORGANIZZANO CONTRO LA CLASSE DOMINANTE!
ABBATTERE IL CAPITALISMO!

                          Collettivo  Contro la Repressione per il Soccorso Rosso Internazionale                                           ccrsri.wordpress.com

NADIA LIOCE

RISPETTARE L’IDENTITA’ DELLE/I PRIGIONIERI/E RIVOLUZIONARI/E

In occasione della mobilitazione a sostegno di Nadia Lioce, nella sua resistenza contro il 41bis (e degli altri due militanti BR-PCC sottoposti a questo regime detentivo), si sono levate alcune voci in forte contraddizione con la loro identità, con il senso della loro coerenza.

Da un lato rifanno capolino gli arresi e artefici della capitolazione che promossero la “soluzione politica”. Questa proposta, come già si capisce dall’ipocrisia dei termini, ha significato prendere impegno con lo Stato a che non si ripresenti piu’ lotta armata, organizzazione politico-militare, insomma tentativi rivoluzionari. A queste condizioni, molti ex militanti ottennero notevoli benefici di legge. La “soluzione politica” è sempre stata combattuta da chi ha continuato a porsi in una prospettiva di lotta rivoluzionaria, che seppur in considerazione di tempi e contesti differenti, sarà sempre lo sbocco giusto e necessario alla lotta di classe.

Da un altro lato, vengono prese iniziative inappropriate, incoerenti, da parte di gruppi di movimento o di organizzazioni comuniste legali, come la petizione contro il 41bis da rivolgere alle massime autorità statali, fra cui l’emerito presidente della repubblica: il capo dello Stato! Questa iniziativa è uno sgorbio, un’assurdità! Sopratutto se si considera che Nadia Lioce e i suoi compagni non ne vogliono minimamente sapere e che trovano oltraggiosa una tale iniziativa, che l’hanno fatto sapere e che comunque è assolutamente in contrasto con la loro storia, con la loro fermezza, con la loro continuità militante che stanno pagando a caro prezzo.

Purtroppo certi gruppi giustificano ogni cosa con il tatticismo. Mentre un modo rispettoso di praticare il sostegno alle/i militanti imprigionate/i consiste nel difenderli in quanto soggetti vivi nello scontro di classe, proprio nelle loro motivazioni essenziali. E pur non entrando nel merito delle questioni di linea e di organizzazione, ne va difesa la base essenziale e comune a tutte le forze comuniste autentiche: una prassi coerente con la tendenza alla guerra di classe.

Proletari Torinesi per il Soccorso Rosso Internazionale

Ottobre 2017


SOLIDARIETA’ RIVOLUZIONARIA A* COMPAGN* ATTACCATI DALL’OPERAZIONE “SCRIPTA MANENT”

Il 16 novembre, a Torino, è iniziato il processo contro 29 compagn* indagat* nell’ambito dell’Operazione “Scripta Manent”.

In occasione dell’udienza si è tenuto, davanti l’aula bunker del carcere “Le Vallette”, un presidio solidale al quale come CCRSRI, insieme ai Proletari Torinesi per il SRI, abbiamo partecipato e che ha visto la presenza di circa un’ottantina tra compagne e compagni.

Un numeroso gruppo di solidali ha poi deciso di entrare in aula per ribadire la propria vicinanza rivoluzionaria verso tutti gli imputati e per sostenere con slogan e applausi i compagni presenti all’udienza -dei quali uno in videoconferenza- nel corso della lettura dei rispettivi documenti.

Terminate le dichiarazioni, i solidali hanno lasciato l’aula intonando slogan e lanciando insulti contro magistrati, sbirri e carabinieri.


Un contributo della Cassa Antirepressione delle Alpi Occidentali su “Scripta Manent”

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Giovedì si terrà la prima udienza del processo contro 22 compagn* (di cui 7 in carcere) arrestati nell’ambito dell’Operazione “Scripta Manent”.

16 novembre

Ore 10.00

Aula bunker del carcere “Le Vallette” di Torino

Diffondiamo questo contributo dei Proletari Torinesi per il Soccorso Rosso Internazionale, nei cui contenuti ci riconosciamo e ci associamo.

RISPETTARE L’IDENTITA’ DELLE/I PRIGIONIERI/E RIVOLUZIONARI/E

In occasione della mobilitazione a sostegno di Nadia Lioce, nella sua resistenza contro il 41bis (e degli altri due militanti BR-PCC sottoposti a questo regime detentivo), si sono levate alcune voci in forte contraddizione con la loro identità, con il senso della loro coerenza.

Da un lato rifanno capolino gli arresi e artefici della capitolazione che promossero la “soluzione politica”. Questa proposta, come già si capisce dall’ipocrisia dei termini, ha significato prendere impegno con lo Stato a che non si ripresenti piu’ lotta armata, organizzazione politico-militare, insomma tentativi rivoluzionari. A queste condizioni, molti ex militanti ottennero notevoli benefici di legge. La “soluzione politica” è sempre stata combattuta da chi ha continuato a porsi in una prospettiva di lotta rivoluzionaria, che seppur in considerazione di tempi e contesti differenti, sarà sempre lo sbocco giusto e necessario alla lotta di classe.

Da un altro lato, vengono prese iniziative inappropriate, incoerenti, da parte di gruppi di movimento o di organizzazioni comuniste legali, come la petizione contro il 41bis da rivolgere alle massime autorità statali, fra cui l’emerito presidente della repubblica: il capo dello Stato! Questa iniziativa è uno sgorbio, un’assurdità! Sopratutto se si considera che Nadia Lioce e i suoi compagni non ne vogliono minimamente sapere e che trovano oltraggiosa una tale iniziativa, che l’hanno fatto sapere e che comunque è assolutamente in contrasto con la loro storia, con la loro fermezza, con la loro continuità militante che stanno pagando a caro prezzo.

Purtroppo certi gruppi giustificano ogni cosa con il tatticismo. Mentre un modo rispettoso di praticare il sostegno alle/i militanti imprigionate/i consiste nel difenderli in quanto soggetti vivi nello scontro di classe, proprio nelle loro motivazioni essenziali. E pur non entrando nel merito delle questioni di linea e di organizzazione, ne va difesa la base essenziale e comune a tutte le forze comuniste autentiche: una prassi coerente con la tendenza alla guerra di classe.

Proletari Torinesi per il Soccorso Rosso Internazionale

Ottobre 2017

FABIO RAVALLI E’ UN MILITANTE DELLE BR-PCC DETENUTO NEL CARCERE DI TERNI.

ARRESTATO NEL 1988, DOPO 30 ANNI DI ISOLAMENTO LA BORGHESIA NON E’ RIUSCITA AD ANNIENTARLO.
 
IL COMPAGNO NECESSITA DI IMPORTANTI CURE MEDICHE:
 
il Collettivo Contro la Repressione per un Soccorso Rosso Internazionale e il Collettivo Cordatesa
 
ORGANIZZANO DOMENICA 29 OTTOBRE AL FOA BOCCACCIO DI MONZA UN BENEFIT A SOSTEGNO DEL COMPAGNO.
 
IN ALLEGATO LA LOCANDINA DELL’INIZIATIVA.
 
FABIO RESISTE! FABIO TIENE ALTA LA TESTA!
 
Locandina Ravalli.jpg
 

Lettera scritta dal compagno Paska dopo il presidio di sabato scorso e indirizzata ad una compagna.
Paska chiede di far leggere la lettera a tutte e tutti.

Lecce, 1 ottobre 2017

Ciao,

Scrivo a te che magari agli altri non arriva la lettera. Ieri vi ho sentito, verso le cinque, eravamo in saletta alla socialità e si sentiva benissimo. Ho gridato i nomi di alcuni compagni, ma non so se mi avete sentito. Alle cinque e mezzo son rientrato in cella per evitare il rapporto (tanto dopo mezz’ora siete andati via, no?). Dalla cella si sentiva rumore, ho sentito il «PASKA LIBERO!”finale. Comunque forse mi han fatto rapporto comunque.

Ho parlato con qualcuno della sezione sopra ed erano presi bene. Ho detto di salutarmi ma è impossibile comunicare.

Comunque da domani inizio uno sciopero della fame, e per tutto ottobre porterò avanti diverse proteste finchè 1) non mi spostano in sezione; 2) non mi trasferiscono. Ti prego di far leggere la lettera a tutti e tutte.

Un bacione enorme, Sempre a testa alta.

                                                                                                                                          Paska

……..

Il 30 settembre, a Torino, si è svolta una manifestazione di alcune migliaia di persone contro il vertice G7 dei ministri del Lavoro.

Insieme al Collettivo Proletari Torinesi per il SRI, abbiamo deciso di parteciparvi organizzando uno spezzone del Soccorso Rosso Internazionale esponendo uno striscione in solidarietà con i/le compagni/e arrestati/e per i fatti del G20 di Amburgo e che, qui sotto, pubblichiamo.

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Nella stessa giornata, a Genova, sì è tenuto un presidio itinerante in solidarietà con i/le prigionieri/e del G20, al quale hanno partecipato 50 tra compagni e compagne.

Anche in questa occasione, come SRI, abbiamo deciso di partecipare all’iniziativa, nel corso della quale abbiamo esposto uno striscione sempre in solidarietà con i/le compagni/e arrestati/e per i fatti di Amburgo e che qui sotto diffondiamo.

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Durante il presidio abbiamo anche letto un comunicato del Soccorso Rosso Svizzero, sempre sui fatti di Amburgo e scritto proprio in occasione del presidio.

Qui sotto il comunicato:

Solidarietà ai prigionieri del G20 – Solidarietà alla mobilitazione di Genova      

Salutiamo e sosteniamo l’appello dei compagni e delle compagne di Genova che si riuniranno il 30 settembre alle ore 16 in Piazza San Lorenzo per una manifestazione in solidarietà con i compagni arrestati per aver fatto parte della resistenza al vertice del G20 ad Amburgo.

Eravamo in tanti ad andare ai primi di luglio ad Amburgo per dare un forte segnale comune contro questo vertice delle potenze. Naturalmente da un lato perché ogni occasione serve quando gente come Trump, Merkel, Macron s’incontrano. Dall’altro ovviamente perché la provocazione era troppo grande; il fatto che tenessero il loro vertice in un quartiere che simbolicamente in qualche modo è collegato al movimento di sinistra ad Amburgo. Il G20 a St.Pauli, chi sa, forse programmano il loro prossimo vertice a Exarchia (Atene) o Kreuzberg (Berlino).

Noi appoggiamo le valutazioni del Collettivo contro la repressione per un Soccorso Rosso Internazionale, secondo cui dopo una mobilitazione come quella ad Amburgo il conflitto non sparisce, ma continua sotto altre forme e su diversi piani. Allora è importante, ora dopo che le “nuvole di fumo” su Amburgo si sono spostate, non cedere politicamente, difendere ancor più fortemente quelli ai quali deve essere reso il processo sostituendoci noi al processo che deve essere fatto affermando la nostra giustizia di classe. È incontestabile che i motivi dello Stato sono indotti da una vendetta politica e dall’obiettivo di intimidire oggi coloro che pensano di scendere in piazza domani.

Così come noi abbiamo accettato la sfida per non lasciare indisturbato il loro vertice nel  nostro quartiere, allo stesso modo ora come movimento dobbiamo assumere la sfida di difendere i prigionieri del vertice G20, che nella stessa misura sono ostaggi nelle mani della giustizia di classe ad Amburgo. Non solo, perché è evidente che noi difendiamo tutti quei militanti che portano la lotta politica in piazza. Ma anche perché lo Stato ci vuole indebolire con questi processi. Si deve essere vicini a tutti quelli che in qualunque forma sono in una opposizione antagonista verso lo Stato e lo combattono, affinché ciò non riesca. Difendere i prigionieri vuol dire difendere il nostro movimento. Invertiamo la tendenza – sul banco di accusa ci sono il capitalismo, il suo Stato e la sua giustizia!

                                                                                      Soccorso Rosso Svizzero

Il presidio di Genova, oltre che per ribadire il sostegno ai compagni e alle compagne (tra i quali, ad esempio, Riccardo) colpiti e colpite dallo Stato tedesco per aver manifestato la propria opposizione al G20 e a tutto quello che rappresenta, è stato un’occasione anche per esprimere solidarietà verso Santiago Maldonado il quale, come recita un comunicato dei compagni e delle compagne di Genova “dal 1° agosto è scomparso dopo un’operazione della Polizia e della Guardia Nazionale Argentina per reprimere un comitato di resistenza Mapuche in lotta contro la colonizzazione ad opera delle multinazionali (come Benetton) del territorio in Patagonia. Nei territori argentini e cileni, latifondisti, mercenari e sicari, con la complicità della Polizia uccidono e reprimono i popoli abitanti delle terre che continuano ad espropriare per i loro profitti. Gli Stati, l’autorità ed il Capitale ne sono i responsabili. In tanti anni di lotte molti ancora sono i desaparacidos, i prigionieri e gli scioperi della fame del popolo mapuche e dei suoi solidali”.

Di seguito pubblichiamo alcune foto del presidio:

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CCRSRI

………….

In occasione del processo tenutosi contro la compagna Nadia Lioce, come Collettivo abbiamo portato un nostro contributo a sostegno della militante rivoluzionaria nel corso della diretta di Radio Blackout di questa mattina. Qui sotto riportiamo il link.

Persecuzioni cumulative per detenuti da annientare: il caso Lioce

Venerdì 15 settembre, a L’Aquila, si terrà un processo contro la compagna Nadia Lioce (detenuta in regime di 41-bis da 12 anni). 
In occasione di questo fatto diffondiamo come Collettivo una nostra locandina, insieme all’appello del Soccorso Rosso Internazionale.

https://rhisri.secoursrouge.org/mobilitiamoci-per-la-compagna-nadia-lioce/

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L’unica giustizia è quella proletaria-Solidarietà alla compagna Nadia Lioce-CCRSRI

Diffondiamo la lettera del compagno Paska, arrestato la mattina del 3 agosto insieme ad altri/e 7 compagni/e tra Firenze, Roma e Lecce.

L’operazione repressiva si riferisce all’attacco esplosivo contro la libreria Il Bargello, legata a Casapound, a Firenze (1 gennaio 2017) e per una bottiglia incendiaria contro la caserma dei carabinieri di Rovezzano sempre a Firenze (21 aprile 2017).

Lettera di Paska dal carcere di Lecce

22/29 Luglio, settimana di solidarietà diffusa contro l’isolamento punitivo di Davide Delogu

https://nobordersard.wordpress.com/2017/07/19/2229-luglio-settimana-di-solidarieta-diffusa-contro-lisolamento-punitivo-di-davide-delogu/

Solidarietà ai compagni sotto processo per l’operazione Scripta Manent. Il 5 giugno, presidio a Torino.

da: informa-azione.info

Carcere | Brucoli – Comunicato in solidarietà con la tentata evasione del prigioniero anarchico sardo Davide Delogu

CHI SINCI CARINTI IN TERRA TOSTARA

Col sangue agli occhi e le mani che stringono macigni, apprendiamo della fallita evasione dal carcere di Brucoli (Augusta SR) del compagno Anarchico Sardo Davide Delogu.
Ci ha fatto arrivare la notizia a seguito della telefonata che svolge settimanalmente con la famiglia.
Davide dice che è stato sottoposto a sei mesi di isolamento dal primo maggio, per aver provato, sempre il primo maggio, ad evadere da una di queste tante tombe, composte di ferro e cemento, ma anche guardie in carne ed ossa.
I giornali locali riportano, che dopo essere riuscito a salire sui tetti e avere raggiunto il cortile, è stato circondato dalle guardie mitra alla mano e intimato alla resa. Dopodiché le guardie, hanno anche trovato nascosto un grosso gancio di ferro legato ad una corda in mezzo all’erba.

Sappiamo che questo gesto, questa Azione con la A maiuscola, non è dettata da chi sa quale goccia abbia fatto traboccare il vaso.
Ma dalla pura coscienza di individuo refrattario al potere, che ci mostra quanto può essere determinata l’anarchia quando vuole.
Quanto vive l’anarchia quando vuole!

Vediamo nelle scelte di una lotta mai doma, che porta avanti Davide da anni dentro le galere dell’Italia Stato, i sentieri già battuti in passato da tanti altri compagni rivoluzionari. E continueremo a stare al suo fianco in maniera incondizionata per il modo in cui affronta la sua detenzione, consapevoli che di tener duro non ha bisogno di sentirselo dire.

Sempri Ainnantis!
ALCUNI ANARCHICI SARDI

da: informa-azione.info

L’ Anarchico Alfredo Cospito al terzo giorno di sciopero della fame grida “ROMPERE L’ISOLAMENTO!”

Da una lettera di Alfredo giunta ieri 04/05/17 apprendiamo che lo sciopero della fame che sta portando avanti dal 03/05/17, e che andrà avanti per 10  giorni, in seguito alla massiccia censura, e frutto di un lungo periodo, e del blocco continuo di gran parte delle lettere in entrata e in uscita, libri, notizie ecc, inviate da tanti compagni.

In particolare scrive che le lettere inviate nell’ultimo mese da uno di noi della redazione di C.N.A., sono state tutte bloccate, 7 su 7.

In questa lettera di poche righe viene sottolineato che la censura già era stata rinnovata di tre mesi, più di un mese fà, ma in maniera più pesante del solito ha iniziato a martellare dopo la chiusura indagini.

E sempre da quanto ci comunica, a Rebibbia se la passano anche peggio.

Conclude la lettera con  un grido: “ROMPERE L’ISOLAMENTO!”

Ancora sulla manifestazione di Roma… e non solo.


Come CCRSRI, sabato 25 marzo abbiamo partecipato al corteo contro l’Unione Europea, la NATO e l’Euro che si è tenuto a Roma in occasione del vertice dei 28 capi di Stato e di governo presenti nella Capitale per la celebrazione del 60° anniversario dei Trattati di Roma.
Ancor prima che la manifestazione iniziasse, si apprendeva che alcuni pullman e macchine sui quali viaggiavano circa 160 compagni e compagne diretti a Roma per partecipare al corteo erano stati fermati dalla polizia, per poi essere portati in un C.I.E e sottoposti al fermo preventivo.
Nelle ore successive, si apprendeva che la misura del fermo preventivo aveva colpito centinaia di compagni e compagne, alla quale si devono aggiungere i numerosi fogli di via (24 nella sola giornata di sabato) disposti dalla Questura, oltre a quelli già emessi nelle giornate precedenti, e 2.000 identificazioni.
Qui sotto, diffondiamo un nostro comunicato.

«Oggi è stata una bella giornata per l’Italia e l’Europa»: queste le parole del ministro dell’Interno italiano Minniti, a conclusione della giornata di ieri a Roma che ha visto migliaia di persone manifestare contro l’Unione Europea, la NATO e l’Euro.

Il suddetto ministro, (già noto alle cronache mondane come fedele esecutore delle politiche dei governi D’Alema, poi sottosegretario ai Servizi Segreti dei governi Letta e Renzi e ora artefice delle “politiche soft” di riapertura dei CIE e di raddoppio delle espulsioni per gli immigrati in Italia..), ha però omesso di ricordare che il costo di questa “Grande Bellezza” romana è stato il fermo preventivo in un Centro di Identificazione ed Espulsione e per tutta la durata della manifestazione di 160 compagni/e provenienti da tutta Italia (per lo più da Val di Susa, Torino e Nordest) impedendone di fatto la partecipazione.

Con questo provvedimento di stampo limpidamente fascista, insieme ai numerosissimi fogli di via, il governo e lo stato imperialista italiano hanno inteso tutelare la (pacifica) firma apposta ai trattati dell’Unione, al fine di continuare le (pacifiche) politiche di austerità e di guerra a carico della classe e delle masse popolari indigene e immigrate.

Esprimendo la nostra solidarietà militante e di classe ai/lle fermati/e, ricordiamo l’adagio “Chi semina vento..”

CCRSRI


Pubblichiamo l’audio dell’intervento completo che, come CCRSRI, abbiamo esposto alla conferenza del 25 febbraio su “Implementazione del modello sionista nello Stato italiano” organizzata dal Fronte Palestina.

https://drive.google.com/file/d/0BySVOGSxpuTYblh3bEV3djdSSm8/view?usp=drive_web

Intervento Villa Pallavicini – Testo dell’intervento

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Il 25 febbraio alla Villa Pallavicini di Milano, il Fronte Palestina ha tenuto un incontro nazionale su “Implementazione del modello sionista nello Stato italiano”, al quale hanno partecipato circa 70 compagni.
La giornata ha visto la partecipazione anche di Samidoun (network di solidarietà per i prigionieri palestinesi, con sede in Nord America), il cui intervento, tradotto in italiano, verrà presto pubblicato su questo blog.
Come CCRSRI abbiamo partecipato alla giornata con un nostro intervento, del quale riportiamo qui sotto una sintesi.

Non c’è solidarietà al popolo palestinese e alla sua Resistenza, senza solidarietà ai suoi prigionieri!

Ad oggi, nelle carceri sioniste e in quelle dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), risultano detenuti circa 7.000 palestinesi, molti dei quali sottoposti al regime di detenzione amministrativa.

Da sempre, il popolo palestinese e le Organizzazioni impegnate nella causa di liberazione nazionale rivendicano la solidarietà ai propri prigionieri. Dal punto di vista politico si tratta di un fatto estremamente importante. Nelle carceri d’Israele e in quelle della collaborazionista ANP vengono imprigionati quanti hanno fatto ricorso a pratiche e contenuti oggettivamente di rottura rispetto agli interessi degli oppressori imperialisti e dei loro complici nell’area. Un popolo schierato a difesa dei suoi prigionieri è un popolo schierato a difesa di quelle pratiche e di quei contenuti che, nei fatti, hanno teso ad ostacolare i progetti imperialisti su quelle terre.
Uno degli obiettivi perseguiti dall’imperialismo è il raggiungimento della pacificazione forzata in Palestina, condizione necessaria (anche se certo non sufficiente) per tentare di reimpostare un “ordine” in Medioriente. Contro questi tentativi, la solidarietà del popolo palestinese ai suoi prigionieri continua a imporsi quale spina nel fianco, anche e soprattutto in relazione al carattere di massa e di popolo della repressione sionista e collaborazionista in Palestina.
La Resistenza palestinese, del suo popolo e dei suoi prigionieri, si è sempre caratterizzata in termini antimperialisti. In tal senso, il rivoluzionario prigioniero Georges Abdallah (militante del FPLP prima e delle Frazioni Armate Rivoluzionarie Libanesi poi, detenuto da più di 30 anni nelle carceri francesi) è una delle figure più rappresentative.
Intorno al compagno, nel corso degli anni, si è andata sviluppando una solidarietà sempre più internazionale, coinvolgendo non solo militanti antagonisti in Europa e negli USA ma anche –e soprattutto- le masse popolari in nord Africa e Medioriente.
In tutti questi anni di prigionia, Abdallah ha espresso solidarietà nei confronti della lotta dei popoli oppressi e dei loro prigionieri: ad esempio, dalla Palestina al Kurdistan fino al Maghreb.  Sempre nel segno dell’antimperialismo e dell’internazionalismo, si è schierato a fianco delle lotte dei rivoluzionari prigionieri in tutto il mondo, come dimostra, ad esempio, la sua solidarietà manifestata in sostegno dei compagni turchi detenuti in lotta contro le celle di Tipo F.
Solidarietà nei confronti del popolo palestinese, della sua Resistenza e dei suoi prigionieri è stata espressa anche da parte di diversi rivoluzionari prigionieri in Grecia.
Oltre alla Palestina e ad altre realtà quali i Paesi Baschi, l’Irlanda del Nord, il Kurdistan, etc, anche in altri differenti contesti la solidarietà ai rivoluzionari prigionieri assume un carattere di massa e di popolo: pensiamo, infatti, all’India, alla Turchia e al Perù, Paesi nei quali le Organizzazioni comuniste si fanno carico dell’organizzazione e dello sviluppo della solidarietà verso quanti vengono colpiti dalla repressione per le loro lotte.
In quasi tutti gli Stati del centro imperialista, però, la solidarietà ai rivoluzionari prigionieri deve fare i conti con condizioni molto difficili. Nonostante gli ostacoli, in alcuni di questi Paesi vi sono parti del movimento antagonista che hanno assunto quale parte irrinunciabile della propria lotta anche il sostegno ai propri prigionieri. In tal senso, la Grecia ci offre un importante esempio, dimostrato dalle numerose mobilitazioni durante la lotta contro l’isolamento carcerario (prigioni di tipo C) di qualche anno fa o le manifestazioni e le azioni in queste settimane, in risposta all’arresto del 5 gennaio di 2 militanti dell’Organizzazione Lotta Rivoluzionaria.
Molti palestinesi, baschi, irlandesi, kurdi, indiani, peruviani, etc, detenuti per la loro lotta, sono sottoposti a durissime condizioni di isolamento. Gli Stati ricorrono a questa misura carceraria allo scopo di piegare i prigionieri e annullarne l’identità politica, nel tentativo di utilizzarli per influire in termini controrivoluzionari sullo sviluppo dei processi di liberazione nazionale o di guerra popolare. Ciascuno Stato inserisce la tortura dell’isolamento nel quadro di una strategia più complessiva, che lo vede impegnato nello scontro militare contro le Organizzazioni rivoluzionarie, nella repressione diretta contro i movimenti impegnati nel sostegno ai propri prigionieri e nei tentativi di condizionare alcuni settori delle masse popolari –alternando repressione e riforme- con l’obiettivo di ricondurle a sé o di impedire un loro avvicinamento alle causa di emancipazione.
Anche in altri Paesi del centro imperialista, nel tentativo di contrastare il processo rivoluzionario che si andava sviluppando dalla seconda metà degli anni ’60, gli Stati decisero di ricorrere ad un certo momento alla tortura dell’isolamento, tentando di legittimarla con la logica “dell’emergenza contro il terrorismo” per poi renderla elemento strutturale nella gestione dei più acuti conflitti di classe.
Oltre agli USA, alla Gran Bretagna e alla Germania (per citare solo alcuni dei Paesi nei quali si sono sviluppati regimi di isolamento molto duri), troviamo: in Spagna, i FIES; in Turchia, le prigioni di Tipo F; in Grecia, le celle di Tipo C; etc.
In Italia, superata la fase delle carceri speciali, i vari Governi elaborarono politiche detentive concretizzatesi nell’applicazione dell’art. 90 e, in seguito, nei regimi di Elevato Indice di Vigilanza (EIV) prima e di Alta Sicurezza (AS1-AS2-AS3) poi.
Ad oggi, infatti, sono detenuti in regime di Alta Sicurezza numerosi compagni (Alessandria, Ferrara, Terni, Latina, etc.). Diversi di loro, prigionieri da molti anni, sono militanti di Organizzazioni rivoluzionarie e alcuni, prima di essere posti in AS, sono stati sottoposti all’isolamento previsto dall’art. 90 prima e dall’EIV poi.
A partire dal dicembre del 2002, nel contesto generale della lotta al terrorismo internazionale e in quello specifico della ripresa dell’attività rivoluzionaria in Italia, il 41-bis venne esteso anche ai condannati per terrorismo ed eversione. E’ così che, dal 2005, sono sottoposti continuativamente in regime di 41-bis tre rivoluzionari prigionieri e militanti delle BR-PCC arrestati nel 2003, detenuti a L’Aquila, Spoleto e Opera.
La solidarietà ai rivoluzionari prigionieri di tutto il mondo e ai popoli e alle masse popolari attaccate e  represse per le loro lotte è un dovere irrinunciabile per chiunque intenda porsi sul terreno dell’internazionalismo proletario. Per questa ragione, vogliamo ancora una volta ribadire che non può esistere solidarietà al popolo palestinese e alla sua Resistenza senza solidarietà ai suoi prigionieri!

A fianco dei rivoluzionari prigionieri di tutto il mondo!
A fianco dei popoli e delle masse popolari attaccate e represse per le loro lotte!
Per l’internazionalismo proletario!


Sui fatti di sabato 28 gennaio 2017 -comunicato della marzolo occupata, padova


15 anni fa, il Segretario Generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, Ahmad Sa’adat, veniva rapito dall’Autorità Nazionale Palestinese per volere di Israele, degli Usa e dei loro alleati. 

8 anni fa, Sa’adat veniva condannato da un tribunale militare sionista a 30 anni di reclusione.

Nelle giornate del 13-14-15 gennaio 2017 si è svolta una mobilitazione internazionale in suo sostegno e in solidarietà a tutti i prigionieri palestinesi.

A Milano, questa mobilitazione è venuta a coincidere con un presidio tenutosi il 14 gennaio sotto il carcere di Opera a sostegno dei detenuti in lotta e, in generale, di quanti ogni giorno nelle carceri di tutta Italia resistono e non si piegano.

Secondo noi, ogni momento di lotta contro il carcere e la repressione dovrebbe includere sempre un riferimento alla situazione internazionale e, quindi, alle lotte dei detenuti e alla resistenza dei rivoluzionari prigionieri nelle varie carceri del mondo. Lotte e resistenze che, spesse volte, si oppongono alla tortura dell’isolamento messa in pratica dagli Stati allo scopo di piegare i prigionieri, annullarne l’identità, estorcere delazioni e fabbricare collaboratori. 

Proprio nel carcere di Opera, ad esempio, è recluso in regime di 41-bis il militante delle BR-PCC Marco Mezzasalma. Il compagno è sottoposto a tale regime di isolamento dal 2005, insieme ad altri due militanti delle BR-PCC, Nadia Lioce e Roberto Morandi, rispettivamente reclusi nelle sezioni a 41-bis delle carceri de L’Aquila e di Spoleto.

Anche in loro sostegno e in solidarietà al compagno Sa’adat e a tutti i prigionieri palestinesi, abbiamo partecipato, insieme al Fronte Palestina, al presidio sotto il carcere di Opera, diffondendo un volantino e affiggendo striscioni (vedere allegati).

CCRSRI

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Pubblichiamo il comunicato di compagni e compagne di Padova e Rovigo colpiti dalla repressione domenica 27 novembre

Sui fatti di domenica 27 novembre

SETTIMANA DI MOBILITAZIONE INTERNAZIONALE (15-22 OTTOBRE 2016) PER GEORGES ABDALLAH!

Resoconti del presidio di Milano e della manifestazione di Lannemezan, accompagnati da alcune fotografie; cronologia delle iniziative solidali nel mondo; dichiarazione del compagno Georges.

Altre foto, sempre dal presidio a Lannemezan.

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Solidarietà ai no tav sotto processo -ottobre 2016

Segue comunicato degli imputati:

No tav. Comunicato collettivo letto in aula nel corso dell’udienza dell’11 ottobre

Raccolta di comunicati di solidarietà con le compagne e i compagni arrestati il 6 settembre nel corso dell’Operazione repressiva “Scripta Manent”.

comunicati

Azione di Alfredo Cospito in solidarietà alle CCF – settembre 2016 –

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Il 13 maggio 2016, a Roma, come CCRSRI abbiamo partecipato al presidio indetto dai promotori della campagna «Pagine contro la tortura», tenutosi davanti alla sede del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP). Nel corso di questo presidio, abbiamo affisso lo striscione «Solidarietà ai rivoluzionari prigionieri in 41-bis», che sotto alleghiamo.

Come Collettivo, riteniamo che la lotta contro il 41-bis, contro il carcere e contro la repressione in generale, debba articolarsi nell’ambito della più generale battaglia contro la controrivoluzione preventiva, strategia messa in campo dallo Stato per reprimere e impedire lo sviluppo di avanguardie rivoluzionarie e difendere questo sistema di sfruttamento e oppressione.
In questo senso, risulta fondamentale la solidarietà verso i rivoluzionari prigionieri –tre dei quali reclusi in 41-bis dal 2005- e la cui resistenza rappresenta da sempre una spina nel fianco dell’Imperialismo.

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7 MAGGIO. Una giornata di lotta -un comunicato, tratto da informa-azione, sui fatti del Brennero -maggio 2016-

Comunicato dell’assemblea tenutasi a Roma, il 12 maggio 2016 , a seguito dell’ultima udienza del processo di primo grado per i fatti del 15 ottobre 2011.

LA CATASTROFE E’ OGNI GIORNO IN CUI NON ACCADE NULLA – maggio 2016 –

Mercoledì 23 marzo, si è tenuta presso il tribunale di Genova una delle ultime udienze del processo per gli scontri avvenuti presso la stazione di Principe durante lo sciopero generale del 6 maggio 2011 (da informa-azione)

[Segue la dichiarazione di sei imputati].

Dichiarazione spontanea degli imputati – maggio 2016 – da informa-azione

Nell’ambito della campagna del Soccorso Rosso Internazionale (SRI) contro il 41-bis e in solidarietà ai rivoluzionari prigionieri, pubblichiamo alcuni materiali:

 
– il manifesto prodotto dal SRI
 
– una locandina del CCRSRI
 
– un volantino, realizzato insieme ai compagni del Collettivo Riscossa Proletaria e diffuso nella giornata di lotta del 16 aprile in occasione del presidio tenutosi sotto il carcere di Cuneo

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Contro il 41-bis! L’unica giustizia è quella proletaria! – maggio 2016 –

Lettera a aperta a Mimmo Mignano, operaio Fiat licenziato, sulla Lista operaia alle elezioni amministrative – aprile 2016 –

Lettera per i-le compagni-e greci-che – aprile 2016 –

Diffondiamo questo nostro contributo in solidarietà ai compagni del Comitato per la casa di Padova, della radio RadiAzione e dell’Ass. N. Pasian, colpiti dalla repressione a seguito dell’operazione di polizia del 18 febbraio.

La repressione non fermerà le lotte! – febbraio 2016 –

Resoconto processo NoExpo MIlano. Le udienze proseguono (tratto da political-prisoners.net) – dicembre 2015 –

Diffondiamo l’appello del Soccorso Rosso Internazionale (SRI) nell’ambito della campagna SRI contro il 41-bis.

Contro il 41-bis! Solidarietà ai rivoluzionari prigionieri! – novembre 2015 –

Solidarietà al compagno Massimo Passamani – settembre 2015 –

Dichiarazione del compagno Massimo Passamani all’udienza per la sorveglianza speciale – settembre 2015 –

Per rilanciare la solidarietà e la lotta dopo il Primo Maggio di Milano – maggio 2015 –

Lotta e solidarietà! -maggio 2015-

Contro il 41-bis! Sviluppare la solidarietà ai rivoluzionari prigionieri! – Riscossa Proletaria – aprile 2015

Contro il 41-bis! Sviluppare la solidarietà ai prigionieri! - Riscossa Proletaria - aprile 2015

Liberare tutti vuol dire lottare ancora! -aprile 2015-

Fogli di via, denunce e manganelli non fermeranno le lotte! -aprile 2015-

Padova, grave attacco contro il movimento di lotta per la casa -aprile 2015-

In solidarietà ai compagni rinchiusi nel carcere di Ferrara e a sostegno delle lotte dei rivoluzionari prigionieri in Grecia, pubblichiamo questo volantino con due lettere di Kostas Gournas-Dimitri Koufontinas e di NM -marzo 2015-

Scarcerati i compagni Bruno Ghirardi e Vincenzo Sisi -febbraio 2015-

Contro il 41 bis! Sviluppare la solidarietà ai i rivoluzionari prigionieri! -febbraio 2015-

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A fianco dei compagni no tav colpiti dalla giustizia borghese! -gennaio 2015-

Solidarietà al compagno Emilio aggredito dai fascisti – gennaio 2015-

Contro lo sgombero della Marzolo Occupata -luglio 2014-

SOLIDARIETA’ AI 4 NO TAV -maggio 2014-

SALUTI SOLIDALI A TORINO -maggio 2014-

La repressione non fermerà la lotta no tav – Terrorista è lo Stato! -maggio 2014-

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Terrorista è lo Stato! -febbraio 2014-

Solidarietà ai compagni no tav arrestati -dicembre 2013-

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