Pubblichiamo l’audio dell’intervento completo che, come CCRSRI, abbiamo esposto alla conferenza del 25 febbraio su “Implementazione del modello sionista nello Stato italiano” organizzata dal Fronte Palestina.

https://drive.google.com/file/d/0BySVOGSxpuTYblh3bEV3djdSSm8/view?usp=drive_web

Testo dell’intervento

Allora, noi volevamo, come introduzione, ricollegarci ad alcune cose che sono state dette precedentemente dalla compagna di Samidoun e che riportava alcuni dati secondo noi comunque importanti. Ancora oggi nelle carceri sioniste e in quelle dell’ANP  continuano ad essere detenuti un qualcosa come 7.000 palestinesi, molti dei quali diceva la compagna, almeno il 50%, sottoposti al regime di detenzione amministrativa. Sappiamo tutti che da sempre il popolo palestinese e le organizzazioni impegnate nella causa di liberazione nazionale rivendicano la solidarietà ai propri prigionieri e noi pensiamo che da un punto di vista politico questo sia un fatto estremamente importante, estremamente significativo. Nelle carceri di Israele e in quelle della collaborazionista ANP sono detenuti tutti coloro che hanno assunto nella loro lotta delle pratiche e si sono assunti dei contenuti oggettivamente di rottura rispetto agli interessi degli imperialisti nell’area; e quindi questo che cosa vuol dire: vuol dire che un popolo schierato a difesa dei propri prigionieri è un popolo schierato a difesa soprattutto di quelle pratiche e di quei contenuti che nei fatti hanno teso ad ostacolare i progetti imperialisti su quelle terre.
Ora, uno degli obiettivi secondo noi perseguiti dall’imperialismo per quanto riguarda quell’area è il raggiungimento della pacificazione forzata in Palestina. La pacificazione forzata in Palestina, anche se non si potrebbe definire secondo gli imperialisti un obiettivo sufficiente, una condizione sufficiente, però è sicuramente una condizione necessaria per tentare di reimpostare un ordine in Medioriente. Quindi, sicuramente ci sono tanti altri motivi che impediscono questo ma, comunque sia, fintanto che continuerà ad esistere una Resistenza come quella del popolo palestinese e come quella dei suoi prigionieri, sicuramente questo sarà, continuerà ad essere una potente spina nel fianco degli imperialisti, rispetto ai loro progetti, appunto, di reimpostarsi e di ridefinirsi nell’area in termini differenti rispetto al passato.
Ora, oltretutto se consideriamo una cosa che, appunto, a noi potrà anche essere banale ma è sempre bene ribadirla, ma le repressione in Palestina (e non solo, come poi vedremo) ha un carattere fondamentalmente di massa, fondamentalmente di popolo; e quindi è inevitabile che gli oppressori si ritrovino a gestire delle contraddizioni non indifferenti.
Ora, dicevamo prima del carattere antimperialista –oggettivo o soggettivo- della Resistenza palestinese, dei suoi prigionieri, del suo popolo. Bene, una delle figure più rappresentative da questo punto di vista, noi la possiamo trovare in un compagno, che non è detenuto in Palestina, attenzione, è un compagno detenuto in Francia, è un compagno detenuto da 32 anni in Francia e stiamo parlando di Georges Abdallah. Un compagno che è stato attivo fin da ragazzo, da ragazzino, in politica: un compagno di origine libanese prima attivo in Siria, poi militante nel FPLP in Palestina, fino a quando nel ’78 (soprattutto sull’onda di quello che Israele aveva iniziato a fare contro il popolo libanese) un gruppo d compagni arabi, tra cui anche Abdallah, decide di costituire un’organizzazione –le Frazioni Armate Rivoluzionarie Libanesi. Ora, con questo gruppo, con questa organizzazione, Abdallah e i suoi compagni portano la causa –la causa- della guerra di liberazione nazionale palestinese e il sostegno a tutti i popoli oppressi dal Medioriente all’Europa, nel cuore dell’imperialismo; parliamo soprattutto della Francia e lo fanno con delle forme particolari, lo fanno con la forma della lotta armata: nel 1982 le FARL arriveranno a compiere due atti di giustizia proletaria, ammazzeranno un colonello degli Stati Uniti (funzionario della CIA) e un diplomatico sionista. Per questo Abdallah verrà arrestato nell’84 e da lì resterà detenuto fino ad oggi.
Ora, il compagno da molti anni non ha mai fatto mancare il proprio sostegno, la propria solidarietà, la propria voce, a favore sia dei popoli oppressi e delle loro lotte; ovviamente la Palestina rimane sempre il punto focale per lui, ma pensiamo alla sua solidarietà mossa nei confronti del popolo kurdo o addirittura del popolo maghrebino anche a seguito delle rivolte arabe partite a seguito del 2011. Oppure pensiamo alla solidarietà che questo compagno, sempre nel segno dell’internazionalismo proletario, ha voluto esprimere nei confronti di altri rivoluzionari prigionieri in lotta contro i tentativi di imporre loro da parte degli Stati pesanti condizioni di isolamento: mi viene in mente l’esempio dei compagni turchi che nel 2001 lottarono contro l’imposizione delle celle di tipo F e in quell’occasione Abdallah espresse la sua solidarietà.
Una solidarietà che comunque non è stata a senso unico. Cosa vuol dire questo? Vuol dire che nel corso degli anni, intorno al compagno (che sia chiaro: quando parliamo di Abdallah parliamo di un compagno che viene preso a figura rappresentativa di tanti altri prigionieri antimperialisti come lui detenuti in tante carceri del mondo e quindi non c’è alcun tentativo, perlomeno nostro, di personalizzare la vicenda) insomma, nel corso degli anni la solidarietà nei confronti di questo compagno ha visto la partecipazione non solo di compagni, di militanti antagonisti in Europa e negli Stati Uniti, ma anche l’attivismo diretto delle masse popolari del nord Africa e del Medioriente: pensiamo ai paesi del Maghreb, al Libano, alla Palestina.
Quindi, appunto, parlando di figure rappresentative e non di un caso singolo mi viene in mente che, ad esempio, anche i rivoluzionari prigionieri greci tanto anarchici quanto comunisti hanno espresso in questi anni la propria solidarietà nei confronti del popolo palestinese, della sua causa e dei suoi prigionieri.
Dunque, dicevo prima di altri esempi oltre alla Palestina che dimostrano quanto in alcune parti del mondo la repressione assuma un carattere di massa e un carattere di popolo o che, comunque sia, lo ha assunto,  in passato in termini molto particolari. Citiamo, ad esempio, i casi dei Paesi Baschi, dell’Irlanda del nord, del Kurdistan.
Bene, se guardiamo poi ad esempio in altri differenti contesti troviamo situazioni nelle quali vi sono organizzazioni rivoluzionarie comuniste che sono impegnate direttamente nell’organizzare e nello sviluppare la solidarietà non solo nei confronti di tutti i rivoluzionari prigionieri ma anche verso tutti coloro che per le loro lotte vengono colpiti e attaccati dalla repressione. Dobbiamo parlare in questo caso dell’India, del Perù, della Turchia, un importante esempio da questo punto di vista.
Ora, questo per parlare delle situazioni dove  le cose non dico sembrino andare meglio (perché poi è tutto relativo) ma dove sicuramente le situazioni sono un pochino più vivaci. Diciamo che, invece, in quasi tutti i paesi del centro imperialista, tra cui ci siamo anche noi, le condizioni sono molto diverse e molto più complesse, molto più difficili, sia dal punto di vista oggettivo che dal punto di vista soggettivo. Ciò comunque non toglie che anche in questi paesi vi siano comunque parti –sia chiaro, PARTI- di movimento antagonista che si sono fatte carico e si fanno carico di sostenere i propri prigionieri. In questo caso è importante citare l’esempio della Grecia, dove negli anni passati vi sono state delle importanti mobilitazioni in solidarietà a sostegno alla lotta dei compagni detenuti che lottavano contro l’istituzione delle celle di tipo C, quindi contro duri, pesantissimi, dispositivi d’isolamento detentivo. Oppure, ricordiamo un fatto anche più recente: il 5 gennaio, in Grecia, sono state arrestate due compagne di un’organizzazione combattente anarchica e a seguito di quei due arresti vi sono state da parte di compagni -non solo in Grecia ma anche in altre parti del mondo, persino in Australia- ci sono state manifestazioni, azioni di solidarietà dirette in alcuni casi anche violente contro lo Stato in solidarietà a queste compagne.
Ora, guardiamo un attimo all’aspetto comune, perché prima abbiamo citato alcuni Stati nei quali sono presenti situazioni di lotte di liberazione nazionale, di guerre popolari o di situazioni un po’ come la nostra o di altri paesi europei.
Ora, ciò che accumuna molti prigionieri palestinesi, baschi, kurdi, peruviani, indiani, irlandesi, europei in generale (ma comunque poi lo vediamo) è che molti di questi sono sottoposti a pesantissimi regimi di isolamento. Ora, non penso di dover spiegare a nessuno per quale ragione gli Stati ricorrano a questi dispositivi, a queste pratiche, a queste torture di isolamento; considerando che dovremmo –mi auguro- sapere tutti che gli Stati intendono questa tortura allo scopo di piegare i detenuti, annullarne l’identità, trasformarli ove possibile in collaboratori di giustizia (poi si possono chiamare pentiti, dissociati, si possono chiamare in tutte le maniere, ma sempre collaboratori di giustizia si tratta). E questo per quale ragione? Perché gli Stati, tutti gli Stati, hanno sempre e dico sempre tentato di utilizzare i prigionieri nel tentativo di influire in termini controrivoluzionari all’interno dello scontro di classe, diciamo degli scontri di classe di volta in volta specifici.
Dunque, poi, ovviamente volendo fare un discorso un po’ a ritroso, mi viene in mente parlando ad esempio dell’India, del Perù o della Palestina, gli Stati inseriscono la tortura dell’isolamento all’interno di una strategia molto più complessiva che li vede operare da una parte nello scontro militare contro le organizzazioni combattenti, dall’altra parte nell’attacco ai movimenti rivoluzionari e dall’altra parte ancora nel tentativo di comprare il consenso della popolazione, delle masse popolari, alternando le solite politiche di repressione e riforme.
Ora, per concludere: dicevo che anche in altri paesi del centro imperialista, in questo caso parliamo anche del nostro, della Germania, della Francia, della Spagna, etc., nel tentativo di contrastare un processo rivoluzionario che si stava sviluppando dalla seconda metà degli anni ’60, gli Stati decidono di ricorrere alla tortura dell’isolamento: all’inizio tentando di legittimarla attraverso la logica della lotta al terrorismo e successivamente rendendola per quello che effettivamente era, cioè un elemento strutturale nella gestione dei conflitti di classe più acuti. Quindi, sappiamo tutti della tortura dell’isolamento negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Germania; in Spagna con i FIES, le celle di tipo F in Turchia, le celle di tipo C in Grecia, etc.
Ora, l’Italia, superata la fase delle carceri speciali, i governi hanno sviluppato politiche di isolamento che si tradussero nell’art. 90 prima, nell’Elevato Indice di Vigilanza poi e nell’Alta Sicurezza 1, 2, e 3 successivamente.
Oggi la situazione com’è? Oggi la situazione è che ancora oggi continuano ad essere detenuti diversi compagni sottoposti a regimi di isolamento: pensiamo ai compagni che sono detenuti in regime di AS nelle carceri di Alessandria, di Ferrara, di Terni, di Latina; diversi di loro, detenuti da moltissimi anni tra l’altro, sono militanti di organizzazioni rivoluzionarie e alcuni hanno conosciuto ancor prima dell’Alta Sicurezza, l’EIV e l’art. 90.
Dunque, nel 2002, succede qualcosa di particolare, di importante, in particolar modo nel dicembre del 2002. Nel contesto generale della lotta al terrorismo internazionale condotta in particolar modo dagli USA e dalla Gran Bretagna e nel contesto specifico della ripresa del processo rivoluzionario nel nostro paese, lo Stato Italiano, il governo italiano dell’epoca decise di estendere l’applicazione dell’art. 41 bis a tutti i condannati per reati di terrorismo e di eversione. Ora, è così che dal 2005 tre rivoluzionari prigionieri, tre militanti delle BR-PCC e arrestati nel 2003, sono detenuti continuativamente –continuativamente, ripeto- in regime di 41-bis; e sono tre compagni detenuti ad Opera, Spoleto e L’Aquila.
Noi pensiamo che se vogliamo essere veramente coerenti con quello che è l’internazionalismo proletario, se vogliamo che questo non sia semplicemente una retorica, un concetto, ma che abbia poi un riscontro nella pratica, pensiamo che  la solidarietà ai rivoluzionari prigionieri e alle masse popolari attaccate e represse per le loro lotte sia un dovere irrinunciabile; e per questa ragione, vogliamo in ultimo ribadire che non ci può essere alcunissima solidarietà a nessunissimo popolo che lotta se viene a mancare la solidarietà ai suoi prigionieri.
Grazie.

Collettivo Contro la Repressione per un Soccorso Rosso Internazionale
ccrsri1@gmail.com
ccrsri.wordpress.com

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