Solidarietà con il movimento che lotta in Turchia

aufbau.org – volantino distribuito alla manifestazione del 6 febbraio 2016

 

Da mesi, in Turchia sud-orientale c’è la guerra. Nel Bakur (parte kurda della Turchia) i militari attaccano, su ordine del presidente di AKP, indiscriminatamente. Non importa chi finisce nel mirino – giornalisti/e o parlamentari, giovani militanti o unità per l’autodifesa, vecchi o giovani, feriti o meno – tutti quelli che si spostano per strada devono aspettarsi d’essere bersaglio di armi da fuoco. Imponendo coprifuoco nelle città, lo Stato fa sì che le sue operazioni possano essere eseguite lontano dal pubblico. Mano libera per le forze reazionarie nell’orbita di AKP che vogliono distruggere il movimento che si emancipa in Turchia. L’elenco degli orrori è lungo e si allunga ogni giorno di più.

La situazione nella regione è complessa, ma le ragioni per l’escalation sono banali quanto disgustose. Sempre più, Erdogan o Davutoglu parlano di come vogliono trasformare il sistema di governo turco in un sistema presidenziale. Ciò significherebbe: maggiori competenze allo Stato centrale e maggiore potere decisionale al presidente, il che equivarrebbe a minore spazio per l’autonomia e a minore importanza del parlamento. Un obiettivo da tempo nei progetti di AKP. Lo scorso anno il partito di governo ha indebolito in modo mirato altre frazioni della élite turca come i militari o il movimento di Gulen (predicatore e politologo turco, n.d.t.), non ben disposti rispetto a questo progetto.

In questo contesto è da considerare l’attuale escalation. L’autoproclamato sultano Erdogan e la sua banda sanno bene che gli sviluppi in Rojava (parte kurda della Siria) e Bakur vanno in direzione opposta al loro piano, dato che nel territorio turco lungo i confini con la Siria si creano sempre più strutture che hanno lo scopo di rendere lo Stato turco superfluo. Quindi c’è una richiesta centrale del movimento, maggiore autonomia dallo Stato centrale. Rivendicazione ispirata naturalmente anche dalle esperienze nel Rojava. Là si manifesta concretamente che un’altra forma di società è possibile. Una forma di convivenza ancora con la presenza di molte incertezze, essendo il progetto nato da poco. Una forma però indubbiamente emancipatrice e, conformemente, in palese contraddizione con la visione reazionaria di AKP.

La guerra è condotta in modo così violento, perché c’è tanto di politico, è diretta contro tutti, perché sono molti a sostenere questa forzatura. Gli Stati della NATO e della UE, alleati della Turchia, appoggiano il corso del governo locale e lo rafforzano. Naturalmente, qui si tratta anche dell’importanza militare della Turchia con le sue basi aeree NATO o dell’accordo UE con la Turchia, considerati i flussi di profughi. Senza dubbio, però, la situazione è tale che gli obiettivi del movimento in prospettiva sono anche in contraddizione con gli interessi di quegli Stati che oggi danno pacche benevole sulle spalle del capo Erdogan. Dato che quella barbarie ha molto a che fare con la crisi di qui, occorre una prassi comune che opponga una forza che parte dalla base contro i piani imposti dall’alto.

Dal Rojava per Bakur fino a qui: collegare le lotte!

Per il comunismo!

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