Lotta e solidarietà!

Diffondiamo il volantino che abbiamo distribuito, domenica 24 maggio, al presidio sotto al carcere Le Vallette di Torino.

  Il 27 maggio verrà emessa la sentenza contro i compagni Lucio, Francesco e Graziano, arrestati nel luglio del 2014 per aver partecipato all’assalto al cantiere di Chiomonte il 14 maggio 2013. Prima di loro, nel dicembre 2013, erano stati arrestati, sempre per la partecipazione all’assalto di quella notte, Chiara, Niccolò, Mattia e Claudio, e poi processati e condannati in primo grado a 3 anni e 6 mesi.

I processi contro questi compagni sono processi contro un movimento di lotta il quale, nel corso degli anni, è riuscito ad esprimere importanti livelli di conflittualità (come dimostrarono le giornate di resistenza del 27 giugno e del 3 luglio 2011) e tra i quali la pratica del sabotaggio rappresenta la punta più alta fino ad oggi espressa. Una pratica che è stata ripresa anche successivamente da compagni decisi a colpire il TAV ovunque questo sia presente, come hanno dimostrato i sabotaggi ai sistemi di controllo e gestione delle linee ferroviarie di Firenze e Bologna il 21 e 23 dicembre 2014, proprio alcuni giorni dopo la condanna contro Chiara, Niccolò, Mattia e Claudio.

Lo Stato intende regolare i conti con il movimento NO TAV, soprattutto accanendosi contro quei compagni che, decidendo di praticare il sabotaggio, hanno così segnato un avanzamento del movimento nella lotta. Le Aule Bunker, la reclusione nelle sezioni di Alta Sorveglianza, l’isolamento e gli isolamenti punitivi, le provocazioni delle guardie (con le conseguenti censura alla posta, restrizioni della socialità e dei colloqui, divieti di comunicazione tra detenuti, ecc…) sono una costante per molti compagni che resistono e prigionieri che si ribellano e rappresentano il tentativo dello Stato di stremarli ed isolarli, sia tra di loro sia rispetto ai compagni/e e alle lotte fuori le mura.

Contro queste infami politiche repressive, a febbraio nel carcere di Ferrara, i compagni Francesco, Lucio, Graziano, Nicola, Alfredo e Adriano hanno reagito, lanciando un importante segnale non solo alla direzione del carcere, alle sue guardie e ai giudici, ma a tutti quei compagni e a quelle compagne che all’esterno delle mura sono impegnati nella costruzione della solidarietà.

Il 20 aprile Lucio, Francesco e Graziano sono stati trasferiti a Le Vallette, dato che proprio nell’aula bunker del carcere il 23 aprile si è tenuta la prima udienza del processo che li vede imputati e il 27 maggio ci sarà la lettura della sentenza. Nemmeno l’Amministrazione del carcere torinese si è risparmiata provocazioni contro i compagni, confinandoli nella sezione protetti e richiudendoli in celle prive di materassi, TV, radio e delle più basilari condizioni igieniche. Anche in questo caso la protesta dei compagni è stata immediata, con la Direzione del carcere costretta ad accettare le loro richieste.

Nella strategia dello Stato finalizzata a piegare la resistenza dei compagni prigionieri e a stroncare le istanze dei detenuti che si ribellano, l’isolamento assume (e non da oggi) una rilevanza centrale. La massima espressione di questa strategia di annientamento del prigioniero è rappresentata dal 41-bis. Strumento introdotto nel 1992 all’interno di una logica emergenziale contro la mafia e successivamente (a seguito degli attacchi in USA dell’11/9/2001) “stabilizzato” nel sistema normativo penitenziario e quindi esteso ai reati di “terrorismo ed eversione” .

Nel 2005, su mandato politico del Governo Berlusconi e del Parlamento, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) impone l’applicazione di questo regime detentivo contro 7 rivoluzionari prigionieri, arrestati, insieme ad altri compagni, nel 2003. Attualmente, sempre su mandato politico di tutti i Governi (sia di centrodestra che di centrosinistra) e di tutti i Parlamenti succedutisi dal 2005, sono 3 i militanti rivoluzionari che continuano ad essere detenuti in 41-bis: Nadia Lioce a L’Aquila, Marco Mezzasalma a Cuneo e Roberto Morandi a Spoleto. Con l’occasione vogliamo ricordare anche la compagna, Diana Blefari Melazzi, che è morta in carcere nel 2009 proprio in 41-bis.

Attraverso l’isolamento lo Stato cerca di piegare i rivoluzionari prigionieri, con l’obiettivo di annientarne l’identità politica. La Borghesia tenta di colpire il percorso politico di questi compagni e di fare leva sull’eventuale deterrenza contro quanti, conseguentemente, vorrebbero organizzarsi e lottare per costruire un progetto in una prospettiva rivoluzionaria.

La Classe dominante, però, il suo scopo non l’ha raggiunto: anche dopo le maggiori restrizioni del 41-bis che il DAP ha continuato ad applicare contro di loro, nel novembre 2011 e nell’aprile 2014, i compagni continuano a resistere e a rivendicare la propria identità politica.

Come compagni che lavorano per costruire la solidarietà verso quanti vengono colpiti dalla repressione e sono tenuti prigionieri nelle mani dello Stato per aver lottato, con varie forme e a vari livelli, contro il capitalismo e le sue barbarie, siamo consapevoli dell’importanza e della necessità di dover rompere il muro dell’isolamento, contribuendo nel continuare a dare voce ai compagni prigionieri, portando all’esterno delle mura le loro pratiche di resistenza e valorizzando i rispettivi percorsi politici.

Chi  finisce in carcere perché con coraggio si mobilita con la lotta, deve avere l’appoggio e il sostegno di chi fuori lotta!

Solidarietà a Lucio, Francesco e Graziano e a tutti i compagni in carcere!

Solidarietà ai rivoluzionari prigionieri!

Abbattere il capitalismo!

Collettivo Contro la Repressione per un Soccorso Rosso Internazionale (CCRSRI)

 

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